Ait!
“s/t”
Cd (Ars Benevola Mater
/ Amplexus)
Contatto:
www.amplexus.it
E’ giunto il momento di
sedersi comodi in poltrona -possibilmente in divisa d’ordinanza- ed
abbassare
le luci mentre il bicchiere di vino che ondeggia tra le mani riflette
silenziosamente
il buio artificiale della nostra stanza. E’ il momento di lasciar
vagare
i nostri pensieri a briglia sciolta, storditi e senza meta lungo i 48
minuti
di anestesia locale partoriti da “Ait!”. Colpi di frusta e amari
sorrisi
ci accompagnano mano nella mano tra le brume evocate da una “I want” o
“La notte della ragione”. L’oppressiva “La mia frenesia”, le
sorprendenti
e vigorose sferzate popolari di “Mamì”, incubo e malinconia in
“Fight
together, baby”; il bicchiere è già nuovamente vuoto
mentre
allunghiamo nervosamente la mano alla ricerca di una bottiglia nascosta
nella penombra.
Forse le chimere di
Nathalie
e Christine saranno capaci di risvegliarci da questo muto torpore?
Oppure
cadremo alla cieca circondati dai sensuali sussurri di una oscura e
magnifica
“Why?”?
E ancora: “Discipline”,
“Count down to nowhere”, “A simple heart”, fino a “Silence please”. La
pioggia scorre leggera in freddi rivoli di niente lungo le finestre
della
nostra stanza. Croci pagane devastano carne e spirito in un vortice di
amore e morte. Incrocio assurdo eppure commovente di pulsioni vitali e
velata malinconia. Il teatrino dell’apocalisse fatto a misura d’uomo
trova
la sua colonna sonora ideale in questo stupefacente disco di lounge
music
industriale e feticismo del passato che non passa. Uno sguardo perso
nel
baratro che si cela dentro ognuno di noi. Questo inquieto e letale
nipotino
di Today I’m Dead ci regala la piacevole sensazione di avere tra le
mani
un disco che mancava, un disco che mancava sì, ma che ora
c’è!
E che non possiamo assolutamente perdere.
Altamente consigliato.
(M.Rot)
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Allerseelen
“Venezia”
Cd (Aorta)
Contatto:
www.geocities.com/ahnstern
Il piacere del viaggio,
il gusto della scoperta, la gioia del nuovo e dell’antico, entrambi
portati
in trionfo lungo un tappeto di emozioni in musica. Guardo negli occhi
di
Gerhard e vedo l’appassionata curiosità di un bambino, la brama
di sapere, conoscere, confrontarsi con la realtà alla ricerca di
nuove affascinanti mete. La corrente del fiume sonoro porta
l’imbarcazione
targata Allerseelen verso l’approdo chiave del Nord-Est italiano: la
città
di Venezia. Ed ecco che le coordinate di un sound che è
già
garanzia di emozioni elettropotenziate acquisiscono forme inedite di
una
“musica marittima” dove dodici lavori (concepiti tra l’estate e
l’autunno
dell’anno 2000) regalano il fascino di nuove atmosfere da oblio.
Preferisco
tralasciare l’idea di un’arida analisi dei suoni messi in campo
preferendo
cercare di rendere l’idea di una musica il cui DNA è piuttosto
chiaro
e definito, ma ancora una volta in grado di evolversi verso nuova luce.
Movimenti ipnotici, schegge di chitarre, pulsioni analogiche e la voce
sussurrata di un’anima pellegrina. Il tutto alla ricerca di un Graal in
grado di manifestarsi tra le mura di una fortezza ottagonale, i boschi
dell’Est Europa, le alchimie di versi arcani o i riflessi di una
città
in grado di sorgere dalle acque dell’Adriatico. Allerseelen è
tutto
questo. E con “Venezia” Gerhard trova l’ennesima occasione per offrire
ai suoi ascoltatori una piattaforma modellata sulle sue passioni e
vitali
ossessioni: Rilke, Pound, Jünger, Nietzche, giri di tango dalle
tinte
notturne per un viaggio attraverso fantasie che possono trovare approdo
sia tra il rumore dei canali affollati di voci straniere quanto tra i
silenzi
dell’isola di S.Michele. Il mondo sembra inclinarsi d’improvviso per
far
convergere tutte le sue energie e livide memorie in questo scorcio di
paradiso
artificiale devoto all’evangelista dal leone alato. Un distillato di
sensazioni
in musica che l’abilità di questo infaticabile
ricercatore/sperimentatore
austriaco ha saputo far emergere attraverso la chiave di lettura del
suo
“Io” profondo per tutti gli estimatori di un progetto pronto ad aprirsi
a ventaglio su tutte le meraviglie del mondo.
(M.Rot)
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Allerseelen
“Abenteuerliches herz”
Cd (Aorta)
Contatto:
www.geocities.com/ahnstern
Il ritorno di Gerhard (che
una volta chiamavamo Kadmon) è l’occasione per fare il punto su
quanto ultimamente è maturato all’ombra del progetto
Allerseelen.
Per molti versi questo “Abenteuerliches herz” non si discosta dall’iter
delle uscite che lo hanno preceduto ma allo stesso tempo non manca di
stupire
per la sua innata ricchezza di sfaccettature che vanno a comporre il
nuovo
mosaico di suoni e parole forgiati agli estremi occidentali del nostro
continente. Un disco che sussurra suoni caldi, quasi bollenti
nella
sua metodica ricerca di trame in grado di riflettere adeguatamente le
atmosfere
assolate delle terre a cui si ispira.
Eccola qui la Spagna;
Spagna
profonda, ricca di intriganti cascate di sensuale elettronica e
sporadici
interventi parlati per un disco che è l’ennesimo sigillo lungo
il
percorso di ricerca ed iniziazione portato avanti dal padre/padrone di
questo progetto austriaco. Quattordici brani, due di questi presi a
prestito
dall’esibizione live presso il teatro romano di Segobriga, nell’estate
del 2000, il ritorno dell’ombra di Jodorowsky (ricordate la versione
originale
di “Santa sangre” sulla ormai introvabile “Im Blutfeuer”?) e qualche
sorpresa
aggiuntiva anche per i più scettici, insomma: Allerseelen
mantiene
il passo senza lasciarsi influenzare dai tempi che corrono, anzi. Se il
titolo potrebbe sembrare fin troppo accomodante rispetto ai consueti
scenari
in cui bazzica il buon Gerhard che cosa potremmo dire invece
dell’utilizzo
di campionamenti da lavori come “Shoeshine girl” di Iggy Pop? Dalle
tempeste
d’acciaio ai placidi approdi dell’isola di Menorca la garanzia rimane
sempre
la stessa: denominacion de origen calificada.
Quale sarà la
prossima
meta? (M.Rot)
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Allerseelen
“Knistern” /
“Löwin”
7” (Aorta)
“Venezia”
t-shirt (Aorta)
Contatto:
www.geocities.com/ahnstern
Cominciamo dalla t-shirt:
una bella maglia in cotone pesante color blu mare ritraente Ezra Pound
a Venezia, su di una gondola. Un prodotto la cui particolarità
sta,
più che nel gruppo coinvolto (Allerseelen non è certo
nuovo
a simili iniziative), nella sua effettiva tiratura di soli 144
esemplari.
Un po’ feticcio, un po’ semplice e simpatica idea regalo per le feste
ormai
passate. Speriamo solo di non vederla mai su e-bay con le quotazioni
che
già sappiamo/temiamo.
Ora, avete sottomano i
precedenti
lavori su vinile di Gerhard? Bene, provate a metterli tutti in fila,
osservate
le copertine, non notate niente? E allora ve lo spiego io: donne!
Sempre,
comunque ed ovunque. Donne. Che siano foto d’epoca, immagini d’autore
oppure,
come in quest’ultimo caso, un dipinto di Hawkins ritraente delle
ammalianti
figure angeliche, il tema (chiodo fisso?) resta sempre quello. Per
carità,
non fraintendete queste righe, la mia non è certo una critica di
stampo misogino o chissà cos’altro. Semplicemente non posso non
ammiccare un sorriso nell’osservare l’evoluzione di questo itinerario
di
volti femminili riportando nel contempo alla memoria lo sguardo rapito
di Gerhard ogni qualvolta una leggiadra fanciulla incrociava la nostra
via lungo strade innevate o silenziosi scomparti della metropolitana
viennese.
Forse per alcuni potrà suonare come un azzardo, ma personalmente
trovo che senza donne nel mondo molto probabilmente nemmeno il progetto
Allerseelen sarebbe mai esistito (e non mi riferisco certo ad una mera
questione di riproduzione della specie!).
La voce di Gerhard ci
accompagna
lungo entrambe le facciate in vinile di questo 7” dove, messa in moto
un’adeguata
colonna sonora, le sue parole avvolgono il tutto in maniera decisa e
coinvolgente.
Mentre per “Löwin” vengono in parte ripresi gli schemi di “Bist du
die nacht” (dell’album “Venezia”) “Knistern” si distacca da ogni
precedente
forte di una freschezza che evoca sottili vibrazioni che ben si
lasciano
scaldare dal sensuale tepore del dipinto “Engel mit Heiligenschein”.
Lunga vita ad Allerseelen.
E lunga vita alle donne!
(M. Rot)
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Anenzephalia
“s/t”
Cd (Death factory)
Contatto:
www.coldmeat.se
Ma quanto mi piace questo
disco! Il medesimo duo spacca-palco che ci ha regalato danni permanenti
al sistema nervoso in occasione del mini festival di Prato della
primavera
scorsa (Der Blutharsch / Deutsch Nepal / Anenzephalia) ritorna a fare
notizia
con questo splendido compact targato Cold Meat che ci omaggia di un
prezioso
live d’archivio risalente al 1996. Gli anni passano, ma la violenza
sonora
non sembra proprio risentirne. Elegante digipak in toni di grigio con
fosche
istantanee in bianco e nero per un’ondata di frequenze d’assalto in
grado
di buttar giù le malte della vostra casa senza che vi tocchi
richiedere
l’intervento della ditta che per lo stesso lavoro vi potrebbe chiedere
anche 30 euro a metro quadrato (…). I nipotini dei Genocide Organ ce la
mettono tutta per rendere chiaro chi è che comanda, e ci
riescono
senza troppe difficoltà vista la qualità globale del
prodotto.
La barbarie sonora passa come carta vetrata sulle facce degli
ascoltatori
gambizzando gli infedeli incapaci di godere di un simile noise-act e,
nel
contempo, dando orgasmi in multi-frequenza ad ogni intenditore di quel
sano rumore bianco di origine controllata. Alzate il volume fino al
limite
e lasciate che i vicini scappino fuori in strada terrorizzati dal
terremoto
che sta scuotendo l’isolato… poco importa se in realtà
l’epicentro
del sisma ha origine dalle vostre casse e se il vostro impianto ha
ormai
assunto la forma di una carcassa modellata dall’onda d’urto;
Anenzephalia
ha imposto il suo diktat: “day of the rope, day of the rope!”. Non
possiamo
vivere senza.
Essenziale. (M.Rot)
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Apatheia
“Life thesis”
Cd-r (Stridulum
Recordings)
Contatto:
http://stridulum.cjb.net
Quando una determinata
corrente
di idee trasposte in musica si consolida al punto da raggiungere lo
status
di vero e proprio genere o filone in qualche modo classificabile
mediante
l’ausilio di una denominazione più o meno veritiera oppure
più
o meno di comodo (black-metal, death-industrial, power-electronics,
neo-folk…)
spesso si finisce col fare pronostici sulle successive (spesso
necessarie)
evoluzioni che la scena in esame si troverà a vivere in futuro.
In questo senso il
neo-folk
presta il fianco ad una serie di mutazioni del suo DNA originario che
definirei
senza mezzi termini “vitali” per la sopravvivenza della sua specie. Una
specie che, già da qualche annetto, rischia l’annientamento per
mano delle sue stesse armi maldestramente rivolte verso chi, in
realtà,
dovrebbe saldamente impugnarle.
Intendiamoci: a discapito
delle decine e decine di cloni & affini pronti a riempirsi
la
bocca di Futhark della domenica e foto in bianco e nero ritagliate dai
sussidiari scolastici i pochi gruppi degni di nota e considerazione si
contano a malapena sulle dita di una mano (una e mezza ad esser buoni).
Il problema di fondo è dato dallo svilimento ad alta
velocità
di idee, sentimenti, tematiche il cui valore e la cui
complessità
richiederebbero una cura, una competenza ed anche una certa cautela
spesso
accantonate in fretta e furia da quella che potremmo definire la
“seconda
(terza?) ondata” pronta fin da subito a spingere sull’acceleratore
verso
il miraggio di facili riconoscimenti da intascare al volo, o quasi (due
rune, una mimetica ed una chitarra e siamo tutti assai “neo-folk”, non
è vero?).
La palude è piena
di piccoli voraci alligatori: tutti vogliono la loro porzione di carne,
acqua e fango, tutti cercano un meritato posto al sole ed ora che lo
spazio
inizia a farsi stretto sono dolori. Per tutti.
Capita, in momenti come
questi, di assistere a curiose mutazioni: qualcuno decide di puntare
nuovi
obiettivi, traccia coordinate parallele al branco, pallidi sentieri che
non vanno ad intersecare la pista battuta precedentemente dagli altri.
Tra tanti alligatori ecco spuntare una libellula: il suo nome è
Apatheia.
Progetto solitario di un
certo signor Andersson, la sua creatura cerca di imboccare una via
ancora
poco praticata: il connubio di tematiche alternative alla cosiddetta
“brown
area” mediante l’ausilio di tracciati sonori consoni alla scena
neo-folk.
Ne esce fuori un interessante alchimia di ossessioni private pronte ad
abbracciare quei suoni di “miseria e purezza” a noi ben familiari.
Ciò
che però rende davvero pregevole un lavoro come “Life thesis”
è
dato dalla sua capacità di ritagliarsi un proprio spazio di
completa
autonomia senza la minima necessità di dover venire a patti con
altri “alligatori” di qualsiasi genere o sottospecie. Apatheia si regge
saldamente sulle proprie gambe regalando emozioni veraci distillate in
preziose ballate che, messe a confronto con quanto presente sugli
scaffali
negli ultimi mesi, lasciano l’ascoltatore pienamente appagato.
Che dire di più?
Un doveroso sospiro di sollievo a fine disco ed un buon voto in pagella
a questo gustoso giocattolo scandinavo. Dimenticavo, se vi interessa
affrettatevi:
sono solo cento esemplari numerati. (M.Rot)
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Arise
from Thorns
“Before an audience of
stars”
Cd (Dark Symphonies)
Contatto:
www.darksymphonies.com
– www.bravemusic.com
Mi sento profondamente in
debito con l’etichetta che mi ha spedito questo promo agli inizi
dell’anno
scorso e la cosa si spiega ben presto da sé.
Arise from Thorns nasce
in Virginia nel 1997 per mano di Scott Loose (chitarra) e Trevor
Schrotz
(batteria). Nelle loro intenzioni il gruppo dovrebbe spingersi verso
forti
linee melodiche per una musica d’atmosfera. Poco dopo la nascita del
progetto
la sorella di Scott, Michelle Loose, entra in pianta stabile nel gruppo
come cantante e tastierista. Dopo un primo album recante lo stesso nome
del gruppo (1998) ed una serie di concerti nei pressi della loro
città
natale (Dale City, Virginia più qualche gig nei sobborghi di
Washington
D.C.) il gruppo inizia le registrazioni per “Before an audience of
stars”
arricchendo la comitiva grazie all’arrivo di Chris Welborn (del gruppo
Division) e Tom Phillips (fondatore dei While Heaven Wept). “Before an
audience of stars” viene autoprodotto dal gruppo (siamo nel 1999)
ricevendo
il plauso della stampa musicale nazionale ed estera. Nel marzo del 2000
il gruppo decide di cambiare il nome da Arise from Thorns a Brave con
l’obiettivo
di creare una dovuta distinzione tra le origini del progetto e la sua
formazione
attuale. E così, mentre i Brave si ritrovano a lavorare sul loro
ennesimo full-lenght, la Dark Symphonies pensa bene di ristampare
“Before
an audience of stars” con l’aggiunta di ben tre nuovi brani ed un nuovo
lay-out per mano di Michael Riddick dei The Soil Bleeds Black. Fin qui
la storia, ma la musica?
Aperta la busta devo
ammettere
di non essere rimasto particolarmente colpito dal suo contenuto: un
compact
dalla copertina anonima contenente quattordici brani di un gruppo il
cui
nome è (era) il perfetto sinonimo di un grosso punto
interrogativo.
Metto il cd sulla piastra e nel giro di trenta (dico, trenta) secondi
ogni
mio dubbio viene repentinamente preso a calci nelle gengive da una
“cosa”
da lasciare attoniti, senza fiato. Parliamoci chiaro, chi vi scrive non
ascolta musica pop (salvo una buona manciata di album giapponesi), non
ho mai avuto interesse per un genere di musica “facile” di norma
orecchiabile
(ma non sempre) e dai contenuti quanto meno discutibili se non del
tutto
assenti, ora, cosa c’entra tutto questo con i Brave? Semplice: “Before
an audience of stars” non è un album dark, non è metal,
non
è gotico, non è folk (salvo qualche spruzzatina qua e
là).
E allora? Possiamo parlare di un lavoro pop? Assolutamente. Ma la
definizione
potrebbe risultare piuttosto vaga, priva di coordinate: già
immagino
chi metterà l’accento sulla sua radice progressive, le influenze
di questo o quell’altro ambiente, io invece preferisco definirlo
semplicemente
“pop” mettendo dentro questo termine tutta l’onestà e la
capacità
dei Brave di dare aria e nuvole di sogno ad una musica che non
può
non piacere. Non sto scherzando; questo disco non può non
piacere,
è dimostrato scientificamente visto che ho dedicato questi
ultimi
mesi a diversi esperimenti in materia premendo play sulla piastra in
presenza
del pubblico più disparato: amici, parenti, vicini di casa,
colleghi
di lavoro (…). Promosso all’unanimità; come dire che non si
tratta
di una mia allucinazione sonora o semplice fissazione emotiva. A
livello
prettamente tecnico l’album fa scintille, la professionalità del
gruppo è fuori da ogni dubbio, la voce di Michelle è quel
genere di perla in grado di plasmare emozioni impalpabili in concrete
frequenze
sonore accompagnandoci lungo un itinerario di redenzione lontano anni
luce
da un certo romanticismo dovuto e pietosamente forzato. Non potrei
trovare
parole migliori di quelle usate dal Maryland Music Monthly per
descrivere
la realtà degli Arise from Thorns/Brave: “…I truly believe that
this is music that can heal.”. Musica in grado di guarire. Nel corso di
questi ultimi anni abbiamo assistito ad un’esplosione di suoni e
tematiche
incendiarie senza precedenti: chiese arrostite a forza di riff
scandinavi,
omicidi di massa impressi su vinile pesante, ballate marziali pregne di
nostalgia occidentale… “Before an audience of stars” non dà
spazio
a nulla di tutto questo, ma, semplicemente, regala 67 minuti di tregua
senza confini. Una sorta di territorio neutrale in grado di
(r)accogliere
e riversare gioie ed amarezze quotidiane attraverso un distillato di
musica
senza precedenti. Un primo passo verso l’oasi ideale per il riposo del
guerriero? Caldamente consigliato. (M.Rot)
![]()
As
All Die
“Time of war and
conflict”
Cd (Crowd Control
Activities)
Contatto:
www.mp3.com/ASALLDIE/
Non ci siamo. No, proprio
non ci siamo. Un gruppo americano che vorrebbe farci venire i brividi a
forza di un ambient belligerante saltuariamente inzuppato nella solita
scodella di (poche per fortuna) chitarre acustiche. Insomma, l’idea
è
scontata, ma ciò non significa che non se ne possa cavare fuori
qualcosa di buono, la tecnica è buona, ma comunque non dice
nulla
di nuovo, la grafica è bella, ma non basta a spingere qualcuno
all’acquisto
(eccetto l’incauto allocco qui presente). Per chi si ritrova alla
ricerca
di un album dalle tinte marziali sul cupo andante, tematiche da
conflitto
epocale in formato famiglia e soprattutto una buona raspata di
politically
correct sapientemente dosata su tutti gli elementi precedentemente
citati,
bene, “Time of war and conflict” è quel dischetto magico che
potrebbe
salvarvi dalle vostre più sordide ed oscure pulsioni
totalitarie.
Un album “easy” per tematiche “heavy”, un disco “soft” per questioni
“hard”,
un lavoro “light” per argomenti “strong”, un full-lenght “trendy” per…
ci siamo capiti.
43 minuti di espedienti
sonori ben pianificati a tavolino che però ben poco regalano
all’ascoltatore
in fatto di emozioni “veri” (come direbbe il nostro buon Filippo). E se
entro cinque minuti certi gruppi non la smettono di fare isteria e
menate
varie su certe tematiche prendo e mollo(?) tutto per iscrivermi al fan
club della Pausini (pure l’adesivo ti danno in omaggio ed anche la
riproduzione
di una cartolina autografata). Non conosco personalmente gli As All
Die,
né ho ancora avuto modo di leggere loro interviste e/o altre
recensioni
in merito al loro operato ma la cosa mi puzza troppo di trovata
commerciale.
Belli senz’anima, ma neppure troppo: già il brano di apertura
(“Epilogue
for a corrupted mind”) la dice lunga su una certa vena di pacchianeria
che ci accompagna lungo tutto l’iter di un disco che va a chiudersi con
un sempre verde “Deutschland über alles” (e con questo credo di
aver
detto proprio tutto). Si salvano in corner “Johnny got his gun”, la
sepolcrale
“Onward descending a march never ending” (comunque estenuante nella sua
durata) e la foto sul retro custodia del cd ritraente una folta
comitiva
sfoggiante variegati modelli di maschere antigas che faranno la
felicità
di molti feticisti del settore (incluso il sottoscritto). Punto.
Ci sarà un motivo
se “Die weisse rose” mi commuove, “Blot” mi fa esultare o il primo
lavoro
di Der Blutharsch mi dà i brividi mentre “Time of war and
conflict”
mi fa solamente pensare a 30 carte gettate nel cesso?
Per fanatici
disorientati.
(M. Rot)
![]()