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Death in June
“All pigs must die”
Cd/Lp (Tesco Distribution/Leprosy Discs)
Contatto: www.deathinjune.net
Ed eccoci qui, giunti al cospetto di questo ennesimo nuovo capitolo partorito dalla rabbia e l’amarezza di un Douglas P. pronto a scagliarsi solo (o quasi) contro tutto e tutti alla riconquista di un’identità sottrattagli a piene mani dagli ex amici londinesi della World Serpent Distribution. Immagino che molti si saranno già prodigati nel ricopiare pari pari le note di presentazione di questo album dal sito ufficiale della Morte in Giugno o magari non hanno trovato di meglio se non iniziare la loro recensione con l’occhio incollato su uno dei volantini mandati in stampa dalla Tesco per celebrare l’evento. Ecco che tutti iniziano a sventolare i loro libercoli sul vecchio Charlie, la sua “Family”, l’Helter Skelter, pareti coperte a caratteri di sangue con la scritta “Pigs” e così via. Troppo poco. Un’idea fosca, lontana dalla realtà, un’immagine poco chiara per una questione che ricopre solo una faccia della medaglia.
Trovo quasi imbarazzo nel parlare di “All pigs must die” come del nuovo album dei Death in June, anche perché penso che questo lavoro si dimostri in maniera evidente per quello che in realtà è a partire dal suo semplice titolo: un attacco in piena regola diretto al biscione britannico – nudo e crudo. Uno sputo velenoso inteso a far tremare la terra sotto ai piedi di chi ha abusato di un’entità che tanto, troppo ha dato ad una certa area del panorama underground mondiale (in termini di idee, musica, estetica, riferimenti, sì, ma anche dolce e amabile denaro.) Le nuove fascinazioni (direi anche un po’ di comodo) offrono il paravento ideale per sputtanare i tre porcellini del Regno Unito in giro per mezzo mondo augurando loro una fine per nulla dissimile a quella occorsa alla povera Sharon Tate ed amici oltre trent’anni addietro in quella villa californiana dove alcuni membri della “Family” inscenarono l’orgia di sangue che di lì a poco avrebbe segnato in maniera drammatica la storia del presente americano. Un disco che assume l’idea di concept di nera vendetta in grado di non lasciare spazio a nessuna via di scampo: “All pigs must die”, “No pig day”, “With bad blood”…ritorna pure la celebre “We Said Destroy” (ormai anche le pietre sanno del suo riferimento, nemmeno tanto velato, alla World Serpent Distribution) mentre solo in parte, con “The enemy within”, ci spostiamo verso scenari di velata amarezza accompagnati da lievi speranze che sembrano non offrire spunto alla valanga di liquido infiammabile in cui affoga tutto il resto del disco. Mai un lavoro di Douglas P. sembra aver risentito così fortemente degli eventi occorsi direttamente al suo padre/padrone; persino gli attacchi più violenti ed odiosi da parte di sedicenti “antifa” o politicanti isterici da sagra municipale non avevano sortito maggiore effetto di quello offertoci da “Gorilla tactics” o le strofe opportunamente rielaborate di una “Rose clouds of holocaust” dove “gli angeli dell’ignoranza” cadevano dagli occhi degli “antifa”.
“All pigs must die” ci regala quindi una tappa imprevista rispetto a quanto avremmo potuto aspettarci da un Douglas P. ancora fresco dal bruciante sodalizio con Albin Julius di Der Blutharsch; a livello strettamente musicale troviamo un parziale ritorno alle origini del folk apocalittico più genuino, questa volta in compagnia di Andreas Ritter del gruppo neo-folk tedesco Forseti, ciò almeno per i primi sei brani dell’album mentre le cinque tracce rimanenti si concentrano totalmente su una serie di incursioni para-industriali, remix sperimentali e bizzarrie rumoriste con annessa multilingua. Digipack extra lusso con tanto di figure sagomate in rilievo, edizione in vinile rosa maiale limitata a 2000 esemplari (alcune copie macchiate, altre no) e già che ci siamo non dimentichiamoci il contributo vocale di “Mr. Intolerance” Boyd Rice. Quindi, che sia l’estate del ’69 o quella del ’99 poco importa: l’augurio di sangue ha già imbrattato i nostri cuori. La sua musica farà il resto.     (M. Rot)

Der Blutharsch
“When all else fails!”
Cd/2x10” (Tesco Distribution/WKN)
Contatto: www.derblutharsch.org
Dopo aver bruciato non so quante folli notti di piacere per scrivere quel mezzo chilo di carta che ha poi preso la forma del dossier incentrato sulle vicende legate al progetto Der Blutharsch dai suoi esordi fino a (quasi) i giorni nostri, ecco che “When all else fails!” mi regala l’occasione di sollazzarmi con una “semplice” recensione alla portata di ogni piccolo mortale. E’ da qualche tempo che si sente un po’ di maretta attorno ai “suonatori di fiaccole” e l’uscita di questo lavoro rappresenta quindi un’occasione chiave per tastare il polso al panzermusicante domiciliato a Vienna. E allora: “When all else fails!” si propone ai nostri occhi come elegante digipack in pelle nera con caratteri impressi in oro e tinte rosso fornace ritraenti il particolare di un’immagine di propaganda anti-nazista risalente al secondo conflitto mondiale (ebbene si: le ossessioni sono dure a morire). Copertina interna con il generale in azione antiaerea, croce di ferro sagomata in rilievo ed addirittura alcune note di ringraziamento per i soliti noti che vanno ad allungare la mano ad uno dei gruppi più discussi della scena underground mitteleuropea. Che cosa si nasconde dentro il compact? E’ forse giunta l’ora del flop fatale? Sembrerebbe di no, e la cosa ci regala un meritato sospiro di sollievo, certo però che “When all else fails!” dà proprio l’impressione di essere qualcosa di “diverso” e sostanzialmente sempre più lontano dal nero furor teutonico caratterizzante gli esordi del progetto. Una greve e solenne marcia d’apertura (“…for us the night is growing grey / men who march away…”) è solo il preludio ad un album che in più di un frangente porta alla mente l’idea di una variopinta carovana sonora dove personaggi tipo Novy Svet, Deutsch Nepal e Dernière Volonté si sono gettati dentro come marmocchi in gita domenicale (su invito di mamma Julius sia ben inteso) pronti a portare scompiglio e a ribaltare/reinventare schemi sonori in nuove pillole di sperimentazione post-industriale (ma cosa sono riuscito a scrivere?!). Gli irriducibili del “Der Blutharsch sound” di prima maniera potrebbero non apprezzare le tracce dove il lavoro di collaborazione tra Albin & amici porta “When all else fails!” verso territori di sperimentazione ed imbastardimento rispetto allo stile originario tanto osannato in opere quali “Der sieg des lichtes ist des lebens heil!” o l’omonimo picture-disc d’esordio. Ma, davvero tutto questo male viene per nuocere? A livello personale trovo difficilmente sostenibile il sodalizio Der Blutharsch/Novy Svet (convivenza difficile, convivenza vincente?), la presenza di Dernière Volonté in un brano tendente all’elettronica morbida non mi esalta minimamente, anzi, mentre Lina Baby Doll si salva in corner con una godibile filastrocca che tamburella una certa dose di nichilismo scanzonato ma non per questo da buttare. Tornando alle tracce che meno si scostano dal filone che ha reso quella buona dose di popolarità al progetto austriaco va fatto notare come “When all else fails!” abbracci un certo sentimento onirico, particolarmente evocativo attraverso l’impiego di campionamenti gelidi e sottili così come per la presenza (a volte quasi impalpabile) di Marthynna quale seconda voce. Un album potente eppure, allo stesso tempo, leggero, direi quasi “addomesticato” rispetto a molti dei suoi predecessori, sebbene ciò non significhi che lungo le sue tredici tracce non manchi di regalare più di una gradita sorpresa. L’ennesima versione di “Patria et libertas” ha già devastato i palchi di mezza Europa e non può che far piacere trovarla finalmente racchiusa in una versione da studio, senza contare certi godibili ritornelli in italiano che immagino diventeranno un tormentone in occasione dei prossimi concerti di Albin nel nostro paese concludendo poi il tutto con una ghost-track ormai da copione ma non per questo meno azzeccata delle precedenti.
“When all else fails!” assume quindi le forme di un album di transizione, il trampolino di lancio verso la ricerca di nuovi espedienti sonori in grado di mantenere integro un certo grado di freschezza lungo un’evoluzione che non rinneghi le origini del progetto. Un disco da avere, ascoltare ed assimilare, una prova in musica che riesce (a mio avviso) a superare i fasti dell’ultimo “The track of the hunted” ma che, nel contempo, non riesce in alcun modo a sostituire la monumentalità dei lavori d’esordio. I “duri e puri” del gruppo dovranno scendere a patti con una certa aria da cabaret che attraversa “When all else fails!” in linea quasi verticale oppure rifugiarsi altrove in attesa di uno di quei live dove Der Blutharsch sembra ancora in grado di preservare quel furore marziale (in senso estetico quanto musicale) tanto caro alle folle.
I collezionisti avranno di che sfogarsi grazie alla lussuosa edizione in cofanetto con doppio 10” (1900 copie con una buona fetta di queste dal vinile rosso) e qualche variazione sul tema in fatto di contenuti. Una nota di merito al gentile negoziante (di una piccola cittadina di provincia molto amata da Albin Julius e Boyd Rice) che ha prestato (volente o meno) la sua voce alla traccia 11 di questo album: piccoli soldati crescono. Credere per comprare! (M.Rot)

Der Blutharsch
“Stehen ist zurück gehn”
Book of lyrics and images (MozgaloM)
Contatto: www.mozgalom.ini.hu
Eccoli di nuovo in azione: lo stesso gruppo di ragazzi che aveva già dato alle stampe due libri in formato pocket incentrati sui Death in June ed i Sol Invictus (il ciclo intitolato “The wolves of the black sun”) tornano alla ribalta con questa terza iniziativa editoriale che avrà reso impaziente più di qualche fan incallito del gruppo viennese. “Stehen ist zurück gehn” è il titolo scelto per questo prezioso volumetto che raccoglie, nelle sue quasi duecento pagine, l’immagine del progetto Der Blutharsch attraverso i testi delle canzoni ed una serie di fotografie selezionate (sì, ci siamo anche noi). Un lavoro certamente encomiabile se pensiamo che mai prima d’ora avevamo avuto la possibilità di visionare i testi integrali che Albin Julius declama su compact o vinile dal lontano 1998 (tralasciando quindi, gli esordi da gelida sound-track belligerante). A partire da “Der sieg des lichtes ist des lebens heil!” fino al recentissimo “When all else fails!” abbiamo quindi l’occasione di sorvolare a volo panoramico tutte quelle parole, frasi e deliziosi motivetti che ci hanno fatto compagnia in questi anni di industrial “pro-patria” sfornato ad hoc dal generale viennese.
Farà forse discutere l’omissione volontaria di alcuni dei primissimi testi scritti da Albin Julius per “Der sieg des lichtes ist des lebens heil!” e qualcuno potrebbe storcere il naso davanti a certi piccoli strafalcioni tipici del personaggio (qualche doppia di troppo, no?) ma si tratta di nei che ben poco tolgono al valore complessivo del lavoro. In appendice troviamo anche un ottimo articolo che analizza il fenomeno industrial mitteleuropeo dal titolo “The shadow of the victory of light”, una carrellata di recensioni (queste ultime, ahimé, esclusivamente in lingua ungherese) ed una bella cartolina a tema dalle tinte argento scuro. 150 copie numerate che sono divenute un sold-out nel giro di pochi giorni ed ecco quindi uscire (dopo una manciata di mesi) la seconda edizione del libro, riveduta e corretta, arricchita di materiale e con qualche variazione sul tema in fatto di lay-out & C. Insomma, chi si è perso la prima ondata cartacea avrà di che rifarsi con questa seconda possibilità offertaci dalla banda di Mozgalom. Il prezzo, tutt’altro che popolare (conoscete l’equazione poche copie = costi elevati?), relega il libro alla stregua di un lussuoso feticcio che però non farà certo fatica a trovare un adeguato numero di entusiasti disposti a tirare fuori mazzette di euro multicolore pur di aggiudicarsi anche questa ultima ristampa. Chi vincerà? Dopo le consuete faide da vinile, ecco servito un nuovo tormentone pronto pronto per qualche asta demenziale tipica dell’e-bay tedesca… consigliato, ma solo per chi segue Der Blutharsch (molto) da vicino. (M.Rot)

Dimonia
“s/t”
Libro / 7” (Sottomondo Edizioni)
Contatto: www.sottomondo.net
La sola copertina è già una piccola fitta al cuore: l’immagine dipinta da Saturno Buttò ti cattura in maniera semplice, diretta. Innocente. Mentre il retrogusto legato allo sfoglio del centinaio di pagine che vanno a comporre questo volume di anomalie ben assortite ci regala il senso di soddisfazione che può provare un bambino occupato a divorare lo zucchero filato mentre passeggia tra le luci di un luna park. Un’enciclopedia di cultura anomala e pop apocalittico? Pure bilingue (italiano e broken english)? Possibile? Così sembrerebbe.
All’interno di questo primo volume di Dimonia fanno bella mostra di sé una serie di ottimi articoli incentrati su diavolerie varie a 360°. Partendo dalla stregoneria del XX secolo in Europa si approda al femminile diabolico nella cultura indoeuropea per poi andare a toccare campi come la musica (quella crowleyana così come l’assalto del nero metallo sul nostro territorio) e le tavole di china del fumetto.
Centoventi pagine ricche di approfondimenti ed ottimi spunti lungo itinerari spesso sulla bocca di molti, spesso (ab)usati e manipolati a piacimento, troppo spesso scalfiti solo in superficie.
Questo libro non ha certo la pretesa di mettersi a fare ordine laddove altri hanno razzolato male, certo che, vista l’esposizione dei suoi contenuti, non si può non provare un sottile piacere nell’assistere alla “rimessa in carreggiata” di numerose questioni che altri in precedenza avevano trattato in maniera a dir poco raggelante, assemblando il tutto con la perizia di un cieco lasciato allo sbando dentro al recinto di casa.
Graficamente accattivante, ricco e ben patinato, Dimonia volume uno non ci fa neppure mancare un’adeguata colonna sonora per le nostre letture: incluso nel libro troviamo un 7” del Teatro Satanico entro il quale, per entrambi i lati del nero vinile, l’accento pop la fa da padrona in maniera gioiosa quanto sorprendente. Sicuri di poterne fare a meno?
(M. Rot)


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