BETTER DEAD THAN RED?
PER UNA INTERPRETAZIONE POLITICA DELLA MUSICA NEO-FOLK



 
 
 
 

Aldo Chimenti: «Che tipo di sentimenti ed ideali regge un possibile
indizio di riflessione politica nella tua musica?»
Douglas P.: «La natura tradita. L'amore disprezzato. L'abuso e
l'inutilità imperante».

"Ripeto: molto e anche troppo è stato detto sulla ‘poco chiara’ vocazione
ideologica dell'autore, ma quanti hanno voluto leggervi nel cuore senza
lasciarsi indurre da giudizi aprioristici?"

Aldo Chimenti da Rockerilla n.143/144, luglio/agosto 1992


 

Nell'ambito della musica neo-folk (ma non solo quella) il signor Chimenti è il più autorevole critico musicale - Lui odierà questa parola, come anche il profano "giornalista"; sarebbe più idoneo dire "esegeta". E sono proprio le sue parole - Lui che vede così bene, anche da lontano - ad aprire questo breve articolo.
Dopo i gravi fatti e le accuse infamanti che sono occorsi - e che continueranno… - a esponenti di rilievo della così detta "scena neo-folk", sono necessarie alcune parole di approfondimento. Tutti sono ormai a conoscenza degli annullamenti di concerti a gruppi quali Death in June, Blood Axis, Kirlian Camera, Ostara… Pochi sanno invece, ma la cosa è facilmente immaginabile, delle interminabili polemiche e infinite discussioni che si presentano ogni qual volta uno di questi "famigerati e pericolosi" gruppi intende presentare la propria produzione musicale in sede live. Ovunque nel mondo occidentale, da Parigi a San Francisco, in Svizzera o in Germania, striscia l'accusa di "filo-nazismo", di "inutile provocazione fascista". Essa suona come una nota stonata nelle bellissime e struggenti trame musicali dei gruppi in questione. Si è arrivati persino al "divieto di rappresentazione", imposto dalla municipalità di Losanna, per impedire la "propaganda filo-croata" di Douglas P., quasi si trattasse di "arte degenerata" da mettere al bando!
Quando un sistema democratico e libertario come quello dei paesi del blocco occidentale arriva a vietare manifestazioni culturali significa che c'è veramente qualcosa che non va. In fin dei conti sono concerti, non adunate sediziose. Questo è dimostrato dal variegato (in termini di età, estrazione sociale, fedi politiche o religiose che siano, interessi culturali e musicali) pubblico che segue i generi in questione. Sul valore culturale della musica neo-folk non ci sembra il caso di discutere in questa sede. È nota la passione e la serietà con cui questi musicisti si dedicano alla loro attività, la profondità dei temi trattati può essere verificata da chiunque abbia un minimo di "sensibilità culturale". Se in tutto ciò è riscontrabile qualcosa di differente, di alternativo al sistema attuale, sarà proprio quest'ultimo a com-prenderlo come importante momento di confronto e non a reprimerlo, visto che tale sistema si definisce fondato sui valori della democrazia e della libertà. Come ci insegna Carlo Marx, la democrazia contiene in sé il germe della propria auto-distruzione. Un sistema sano dovrà attaccare ciò che lo minaccia con gli stessi strumenti, e non con la repressione. Altrimenti esso si trasformerà in una sub-demonia-totalitario-democratica: un totalitarismo della massa, che ci sembra veramente una espressione da "ultimo stadio".
Ma torniamo alla percezione della "valenza culturale" di questo genere musicale. Ci sembra utile sottolineare come ogni volta si assista a critiche superficiali e sconclusionate, che derubano anche chi ha il dovere di formulare una qualche perorazione della volontà di farlo. Ricordiamo che la questione non è da poco, visto che i danni economici derivanti da concerti annullati sono ingenti, specie per chi è lontano dal circuito delle major; essi si ripercuotono anche sulle vendite e danno il via a un evidente "effetto domino" sull'attività di chi subisce la troppo facile etichettatura di filo-fascista. Senza citare la grave offesa morale, per chi, suo malgrado, si trova coinvolto in oscure vicende a causa di giudizi troppo affrettati. Con la delusione che ne segue, soprattutto per persone particolarmente sensibili, quali i sinceri artisti coinvolti in questo tipo di musica.
Per questo ci sembra utile invitare tutti a un attento "esame di coscienza". Ma proprio tutti: detrattori o ammiratori, amanti delle uniformi, del Totenkopf, delle Rune e dello Swastika, del "periodo-Crisis", della profonda voce di Douglas P. o dell'imaginario estetico da lui utilizzato, o ancora gotici dell'ultima ora o "studiosi" della tensione erotico-(omo)sessuale presente nell'opera Death in June. Ci riferiamo qui, e lo faremo anche in seguito, all'esperienza artistico-musicale di Douglas P., dato che può considerarsi il capostipite e miglior rappresentante del genere considerato; ben consci che nessun gruppo è uguale ad altro e che parlar per generi è sempre scomodo e limitativo.
Dicevamo dell'"esame di coscienza". E qui proprio di coscienza si tratta. Come ci ha invitato l'intervento del signor Chimenti citato in apertura, i giudizi aprioristici sono da evitare. È doveroso rivolgersi alla coscienza, intesa come momento unificante della percezione, guidata dall'intelletto, nella sua accezione più intuitiva. La ragione subentra in un secondo tempo, ma se è vera ragione deve imporsi quel distacco che permette di estirpare il pre-giudizio - altro che oscurantismo! Quindi la vera "analisi scientifica" andrà fatta senza coinvolgimento sentimentale, ma con rigore e in modo asettico. Solo così si onora quella condizione di rispetto dovuta quando si "gioca" con l'altrui sensibilità. La posta in gioco può considerarsi alta, l'abbiamo detto.

Ci preme ora concentrare l'analisi su quella che dovrebbe essere la vera domanda, una domanda radicale: "È lecita una interpretazione politica della musica neo-folk?". Come si vedrà questa strada, quella della politicizzazione, è alquanto impraticabile, dubbia, problematica.
Per semplificare possiamo considerare due punti di vista, due "poli": quello dell'interpretazione politica e un altro, che chiameremo dell'"interpretazione religiosa".
Ora, chi vive nell'epoca attuale e guarda alla Storia con gli occhi del mondo moderno sarà più vicino alla prima. Oggi lo Spirito sembra essere bandito dalla realtà. Viene relegato a una sfera quasi irreale, tutta sua; la religione è considerata spesso lontana sia da cultura, politica e a volte persino dalla filosofia. Ecco perché di fronte all'imaginario estetico dei gruppi neo-folk, l'uomo della modernità è tentato dall'interpretazione prettamente politica di tali rappresentazioni. Il Totenkopf diventa l'emblema delle SS, le Rune e lo Swastika sono i simboli di "quelli che bruciavano la gente", le uniformi nascondono l'attrazione per un gretto militarismo, i soldati tedeschi riecheggiano un irriverente tentativo di rivalutazione, una vittoria tra fotografie sbiadite e musica malinconica.
Invece chi rifiuta la condizione materialistica del mondo di oggi, chi si sente vicino a una "interpretazione religiosa" dell'oggetto in questione sa bene che il punto di partenza non è quello del "nostro" presente. La sorgente, la fonte divina alla quale attingere è il Mito, l'eterno presente, punto di contatto metastorico del divino con il contingente. Perfetta rappresentazione dell'Età dell'Oro dell'umanità. Chi riesce a udire lo spettro ritmico dell'onda mitica riesce a cogliere, quasi con uno slancio metafisico, la presenza dello Spirito anche nella vita quotidiana. Questi individui particolarmente sensibili leggono nella Storia lo svolgimento di una caduta: da un punto di contatto in cui "tutto era religione" si è scesi fino all'età attuale, dove, come abbiamo detto poco fa, Spirito e Materia divergono drammaticamente e l'uomo, ingannato, indulge senza ritegno nel materico e nel contingente. Per costoro, che rifiutano la modernità, tutto giace sotto diversa prospettiva: il Totenkopf è una rappresentazione dello Sein zum Tode heideggeriano, le Rune e lo Swastika sono fulgidi simboli della sapienza primordiale indoeuropea, le uniformi diventano manifesti del mimetismo e del polemos eracliteo, i soldati tedeschi attori della tragedia Europa.
Ovviamente abbiamo considerato questi due poli per comodità, come tutte le visioni non manichee esistono infinite posizioni tra i due estremi e, ad ogni punto che li unisce, sono legate molteplici interpretazioni.

Ma qual è la prospettiva da cui vanno analizzate le tematiche della musica neo-folk? Essa appartiene più al primo polo o al secondo? Ci viene in aiuto proprio l'"accademica" figura di Douglas P., se vogliamo tentare un'analisi dell'esperienza Death in June attraverso l'esperienza Death in June stessa. Il concetto Death in June nasce da una disillusione politica, dall'abbandono della politica (dopo che Douglas P. aveva portato avanti il progetto Crisis, punk politicizzato - a sinistra!). Dalla trasformazione, se vogliamo, di una militanza (fazioso volontariato politico) in una milizia (austero esercizio della virtù). Inoltre questo progetto musicale si è sempre riferito al Paganesimo Nordico attuando un recupero del significato originario dei simboli. Tutte queste "prove" possono essere rintracciate nelle numerose interviste rilasciate nel corso degli anni. La devozione e la coerenza con cui procede l'attività artistica di Douglas P. sono inoltre una garanzia alla veridicità delle sue affermazioni e la sua attenzione per i valori spirituali mostra la "purezza mitologica" dei suoi riferimenti. Poco importa il frequente richiamo a un "livello esoterico" di comprensione della sua musica, siamo sicuri che esso è insito proprio nella valenza religiosa, un grado di conoscenza magico-sapienziale dei riferimenti citati.
È chiaro quindi che la "tentazione politica" nell'analisi del neo-folk debba essere allontanata o usata come elemento di discussione, ma mai di repressione o anche solo di disturbo.
Se poi tutto questo porta a un'interpretazione particolare e scomoda dei fatti politici che hanno interessato il mondo del Novecento, questa è solo una particolaristica elucubrazione, quasi cavillosa, di un "artistico-sentire" espresso in musica. Ma questa può soltanto essere demandata al singolo ascoltatore e non attribuita a un gruppo o a un'intera espressione musicale. Solo così facendo si mantiene quel distacco di cui parlavamo, distanza necessaria per l'analisi serena ed equa, lontana dai tanto odiati pre-giudizi.
Ci siamo riferiti essenzialmente al "gruppo" Death in June, ma le stesse considerazioni possono valere per altri progetti di spicco dell'area musicale in questione. Anche per le individualità che agiscono sotto i vari nomi si può tracciare il ritratto dell'individuo appartenente alla categoria che si rifà al così detto "polo religioso". Per tale soggetto, lo riaffermiamo, la politica è, al massimo, solo un interesse contingente, relegato forse alla sfera degli interessi privati, ma non uno stendardo con cui presentarsi al pubblico. Politicizzare quelle effigi equivale a snaturarle, a bruciarle, recando grave offesa agli dei e ad alcuni uomini che si ergono quasi a custodi - guardiani del Sacro.

Che dire? Vista l'"infatuazione politica" del Douglas P. degli esordi (e proprio di infatuazione si trattò…) possiamo affermare che, se proprio si vuole tentare un'interpretazione politica della musica neo-folk, sarebbe ora di dirsi tutti comunisti e rivoluzionari - altro che nazisti!
 
 

Antonio dall'Igna
courtesy  for Occidental Congress
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