Der Blutharsch + Deutsch Nepal +
Anenzephalia
Live a Prato – 10 marzo 2001

Sono giunti
all’improvviso,
folgori alle soglie della nuova primavera. Hanno colpito nel cuore
delle
nostre terre e non hanno lasciato scampo. Una carovana di anime
d’assalto
ha infiammato la serata del 10 marzo presso il club Siddharta di Prato:
avanguardie della Tesco, show-man made in Sverige e nuove gentili
donzelle
in divisa nera. La fortuna ha girato nuovamente a nostro favore e la
serata
toscana spesa in compagnia di Albin Julius, Marthynna, Klaus, Lina,
Novo
Homo (e chi più ne ha più ne metta) ha lasciato terra
bruciata
attorno a sé.
A quasi due anni
dall’ultimo
live di Der Blutharsch in Italia questa nuova data nelle nostre
contrade
ha saputo regalarci un’emozione memorabile; una serata a stretto
contatto
con alcuni tra i migliori figli partoriti dalla scena underground
europea.
Ecco le nostre memorie per quella che è stata una serata di pura
tensione industriale.
Il viaggio:
credo
di non essermi mai divertito tanto nel tentativo di trovare un albergo
per una notte; chissà se l’albergatrice che mi ha liquidato
terrorizzata
con un “… e comunque siamo al completo!” dopo aver sentito che volevo
raggiungere
la città di Prato per un concerto al Siddharta si sarà
poi
ripresa dal principio di infarto che le ho procurato pronunciando la
parola
“Der Blutharsch” (…). Comunque, partiamo da Trieste alla volta di Prato
in tutta tranquillità, dopo essere sopravvissuti ad un paventato
sciopero dei treni, le beghe del G8 ambiente, le orde di estremisti di
ogni fronte e colore e tutte le solite cavolate di contorno. Sabato 10
marzo tutto sembra relegato ad una serena monotonia: una bella giornata
per una bella gita in Toscana, con annessa una serata che promette
molto,
ma che saprà soddisfare ogni nostra più morbosa
aspettativa.
Le ore di viaggio scorrono
tranquille chiaccherando di vecchie glorie della new-wave, quei bravi
ragazzi
dei Laibach (sto seduto di fronte ad un maniaco della celebre
formazione
slovena), la crisi in cui versa la World Serpent Distribution (risate
grasse),
Albin Julius (WKN14 è uscito in formato 7” limitato a 6 copie, e
c’è gente che ci è pure cascata…) senza contare gli
improbabili
scherzi telefonici da parte del mio socio (“Pronto? Ciao sono io, ho
suonato
al campanello ma sembra che sia rotto, non è che puoi scendere
per
aprirmi? Grazie…”).
Dopo uno scambio al volo
presso la stazione di Bologna dove sembra che il treno per Prato non
aspetti
che noi (se non altro perché il capostazione ha avuto la
pazienza
e cortesia di attenderci dopo aver visto le nostre sagome che si
agitavano
malamente in direzione del convoglio pronto a muoversi), dopo un
ulteriore
oretta di viaggio, eccoci giunti alla nostra meta.
Prato e Pechino,
entrambe
cominciano con la “p”…: non molto tempo addietro la RAI aveva
trasmesso
un servizio sulla città di Prato e sulla sua foltissima
comunità
cinese; non ho idea di quanti ci abbiano fatto caso, certo che poter
vedere
con i propri occhi quello che sta accadendo da queste parti può
lasciare piuttosto disorientati. Se da noi i ragazzi con gli occhi a
mandorla
hanno praticamente acquistato in blocco buona parte del centro storico,
qui a Prato invece sembra di venire catapultati direttamente lungo una
succursale di piazza Tienanmen. Trovare un italiano, soprattutto in
certi
quartieri, è quasi più difficile che organizzare un live
dei Genocide Organ presso l’oratorio di S. Maria Maggiore a Trieste
(che
tra le altre cose possiede pure una sala concerti grande tre volte il
Siddharta,
quest’ultima però viene usata solo per i festini di carnevale,
ma
sto divagando…). Che dire di Prato? abbiamo tutto il pomeriggio libero
in attesa della serata danzante, ma i nostri itinerari non coincidono
con
quelli delle guide turistiche (non abbiamo nemmeno una piantina del
Tuttocittà,
e così iniziamo a vagare senza meta precisa) certo la gente
sembra
cordiale, il cibo è ottimo e c’è pure chi insiste a darci
le indicazioni in tedesco magari perché, influenzato dal nostro
abbigliamento, crede di parlare con una piccola comitiva di Colonia.
Le edicole di tutta la
città
espongono i posteroni del giornale Stop con la foto di un certo Robert
Schneller (imbianchino di Stoccarda) che afferma: “Sono il figlio di
Hitler,
fatemi la prova del DNA”. Compriamo una copia del rotocalco trash
meditando
seriamente sulla possibilità di prenderne una in più per
Albin, ma poi desistiamo, credo che in Germania bastino e avanzino le
numerose
scemenze pubblicate più o meno regolarmente da Der Spiegel per
raggiungere
un certo livello di saturazione in fatto di sensazionalismi camuffati
da
serie indagini avvalorate da prove inconfutabili (tipo che la musica
dei
Kirlian Camera può indurre gli adolescenti dementi a massacrare
i compagni di classe). Un paio d’anni fa sul sito ufficiale di Burzum
venne
descritto un concerto londinese di Der Blutharsch dove, secondo un
testimone
evidentemente in preda ad allucinazioni, Albin & Klaus si erano
presentati
sul palco vestiti come parodie di Adolf Hitler & Heinrich Himmler,
beh, andando memoria direi che l’unico personaggio di una certa area
underground
che abbia (veramente) combinato qualcosa di simile è stato Shaun
Partridge (c’è chi lo ricorderà per la sua partecipazione
al The Boyd Rice Experience “Hatesville”). Solo che il signor Partridge
saliva sui palchi vestito da vero nazista urlando al megafono panzane
tipo:
“ammazza tutti gli invalidi in sedia a rotelle…” durante concerti
organizzati
per raccogliere fondi per la lotta contro l’AIDS (…). Benvenuti in
America.
Prato è tutta un
cielo grigio carico di pioggia che scarica acqua ad intermittenza quasi
regolare mentre attraversiamo alcuni isolati a poca distanza dal
nostro
albergo
per raggiungere la famosa Chinatown del posto. Un intero quartiere in
mano
alla triade del lontano oriente: in barba a qualsiasi regolamento
edilizio
(di quelli seri) fioccano insegne luminose coperte di ideogrammi lungo
tutte le facciate degli edifici. Non ci sono italiani (salvo quelli che
attraversano la strada in macchina) e la sensazione è quella di
essere arrivati in qualche quartire popolare di Hong Kong. L’unica
videoteca
italiana del luogo è fallita miseramente, restano solo dei
poster
sbiaditi del “Titanic” dietro la serranda arrugginita; in compenso
subito
accanto al locale vuoto e di fronte, sull’atro lato della strada, ecco
due videoteche cinesi nuove nuove di zecca. Solo film di produzione
cantonese
& c., chissà se vendono vhs sottotitolati in inglese?
Entriamo con fare gentile
ma le facce che ci accolgono nascondono malamente un senso di sorpresa
e diffidenza: niente sottotitoli, solo cassette di cinesi per cinesi…
me
lo posso scordare di chiedere se hanno “Yuryeong” di Min Byung-chun
(tanto
è koreano, idem per “Shwiri”) ma neanche “Gungyun 2000” di
Gordon
Chan o la versione originale di “Gorgeous” con Jackye Chan (oscuri
adattamenti
italioti: è uscito come homevideo in Italia da un mese a questa
parte ed hanno censurato le scene con Stephen Chiau e le battute su
Chow
Yun Fat). Niente da fare: siamo solo dei buffi turisti occidentali che
hanno varcato la soglia sbagliata nel posto sbagliato. Manca poco che
qualcuno
ci chieda il passaporto per transitare lungo una via che
(misteriosamente)
conserva ancora un nome scritto con caratteri occidentali…
Ritornati alla
realtà
“toscana verace” di Prato visitiamo alcune chiese del centro storico e
ci concediamo uno spuntino semi-pomeridiano chiaccherando del
più
e del meno.
La doppia che ho prenotato
in un albergo del centro si trova all’ultimo piano dell’edificio,
c’è
pure un letto in più, il bagno è una piccola perla e non
manca la vista su piazza e relativi giardinetti. Perché scrivo
questo?
Perché invece il nostro Renzo prenotando nello stesso albergo
una
camera singola si è ritrovato in uno stanzino al primo piano con
il letto grande la metà di lui, una doccia abusiva racchiusa in
uno scatolone di cartongesso alto un metro e settanta (della serie che
per lavarsi bisogna mettersi in ginocchio…), senza dimenticare la
finestra
con vista su muro condominiale. Comunque sia tutto questo ha ben poca
importanza;
per poter vedere Der Blutharsch ci saremmo tutti messi a dormire anche
sul marciapiede davanti al locale. Cena ricca, ma si mangia poco (io
almeno)
visto che prima dei concerti sono sempre molto stressato e poi via su
di
un taxi (con le istruzioni sul cruscotto scritte in anche cinese) alla
volta della discoteca.
Club Siddharta:
ambiente
multisala dalle luci soffuse, angolo bar e tante facce scure mentre i
soliti
dj della falange gotica buttano fuori un mix di Blood Axis, Current 93,
Kirlian Camera e via col liscio. Siamo carichi di emozione ma
personalmente
mi sento piuttosto affranto: pochi minuti prima di lasciare l’albergo
ho
scoperto che il flash della mia macchina fotografica ultra
professionale
si è fulminato di brutto: da buttare, dico, un flash da mezzo
milione
pronto per essere lanciato dalla finestra, ovvero: niente foto per il
concerto
ed il portafogli subito più leggero (…). Grazie al cielo i miei
compagni di viaggio hanno prontamente estratto un nugolo di macchinette
digitose super-technologiche con le quali ci siamo arrangiati al meglio
delle nostre possibilità (però, che sfiga la nostra…).
Poco
prima del concerto ricevo una telefonata da quella iena di Mauro della
Amplexus/Ars Benevola Mater che riesce a spacciarsi per un noto
fanzinaro
apocalittico del Nord-Est per poi sparare le sue solite due parole a
cadenza
mantrica: “Compra tutto! Compra tutto! Compra tutto! Compra tutto…”. In
realtà per gli estimatori incalliti del genere il tavolo del
merchandising
non è che regali tutto ‘sto ben di Dio: cd della Tesco, roba
Cold
Meat, i vinili di Hau Ruck!, spille e magliette di Der Blutharsch,
insomma,
tutte belle cose, ma nessuna di quelle sorprese che uno potrebbe
aspettarsi
in occasione di un tour. Di mio possiedo già tutto quello che mi
interessa, Renzo invece compra cariole di spille con Croce di Ferro da
regalare ad amici e parenti, senza contare una bella maglietta di Der
Blutharsch
con fregi in argento sul taschino e la manica. La seconda telefonata
della
serata è invece quella di Pas della agguerritissima Oktagon
Records:
pensando all’ennesimo scherzo esordisco con un “Non ci posso credere!”
ma per fortuna questa volta è proprio lui, il signor Lomolino in
persona che si è fatto la sua buona decina di ore di viaggio
assieme
ad una folta delegazione di Andria per assistere alla grande serata (e
non sono certo i soli, pure Aldo di Exoteric si è fatto le sue
buone
nove ore di treno in completa solitudine pur di assistere ai concerti).
Tutti pronti insomma,
mancano
solo loro, dall’alto del palco.
Anenzephalia:
odio queste cose, quando aspetti mezz’ora in piedi in prima fila e non
si muove uno spillo sul palco e poi, nel momento in cui corri un
secondo
al bagno, finisce che ti perdi l’inizio del concerto. Succede con
Anenzephalia:
mentre mi sto sciacquando le mani nel bagno del Siddharta un’onda ad
alta
frequenza scuote i rivestimenti delle pareti ed è allora che mi
accorgo che il duo della Tesco ha già messo in moto la sua
macchina
a voltaggio omicida. Mi getto in sala per riprendere posto mentre i
ragazzi
in sobria tenuta marziale (pantaloni scuri e camicie militari verdi)
regalano
una buona mezz’ora di sana power-electronics di quella come Dio
comanda.
Pura noise fatta di nere frequenze industriali amalgamate ad una voce
d’assalto
distorta a livelli disumani. Ci sputano in faccia testi al vetriolo
plasmati
da anni di terrorismo culturale coltivato nelle file del clan made in
Germany;
eccoli qua, eccoli qua gli dei del rumore bianco. Hardcore-electronics
senza rimorso, caos militante, echi di bandiere nere mentre alle spalle
del gruppo vengono proiettate ambigue immagini che riflettono in
maniera
opaca e deforme la nostra realtà quotidiana. I figli del “new
world
disorder” spaccano in maniera totale, creando camere sonore fatte di
energia
isterica e drammatica claustrofobia. Grandi. Era un secolo che
aspettavo
di vedere in Italia roba che potesse raggiungere livelli simili. Qui
siamo
vicini alla vetta, non basta fare un po’ di casino con un
sintetizzatore
per poter pensare di riuscire ad emulare questi mostri sacri della
scena
industriale. Gli Anenzephalia sono l’ennesima riprova di come il
contesto
live per questo genere di musica sia un vero e proprio toccasana:
bisogna
esserci, assaporare l’onda d’urto e farsi trasportare da quel qualcosa
che scavalca l’idea di musica vissuta come svago. Bisogna soffrire, e
godere
delle ferite che ci vengono inferte dai maestri.
Deutsch Nepal:
ne
avevamo proprio bisogno? E’ più o meno questo il pensiero che ha
attraversato la testa di più di qualche intervenuto. Se non
altro
è quello che ho percepito dalla faccia e le parole di alcuni dei
miei amici presenti in sala. E allora, ne avevamo proprio bisogno?
Vediamo
un po’.
Sul palco Lina Baby Doll
si presenta già piuttosto “allegro” con tanto di cicca e
bottiglia
di birra pronta al consumo. Atteggiamento piuttosto scanzonato che
alcuni
avranno trovato anche irritante, quasi Lina stesse prendendo in giro il
pubblico, ma il personaggio è piuttosto rinomato in questo senso
e quindi resto in silenzio a guardare quello che combina. Il suo
è
un industrial piuttosto d’ambiente, con scarsi attacchi sonici sullo
stile
Anenzephalia, ma non per questo meno godibile, durante tutto lo show
vengono
proiettate immagini “vecchio stampo” rispetto alla scena in oggetto:
sale
operatorie, strumenti chirurgici, squarci onirici e una menzione
d’onore
per il bizzarro filmato targato fine anni ’70 dai colori malsani tipo
certi
vecchi videoclip degli Abba che ci mostra l’interno di una fabbrica di
souvenir V.M. 18 con falli in lattice modellati da giovani e meticolose
operaie che oggi come oggi avranno l’età dei nostri genitori.
Lina
si fa accendere la sigaretta da uno del pubblico in prima fila e poi
ritorna
a scuotere l’equipaggiamento posizionato sul palco mentre la
temperatura
del locale inizia piano piano ad aumentare. Assistiamo al consueto
spogliarello
multistrato (via la giacca, via la camicia, via il flauto, tanto al
microfono
non si sente…) mentre un Albin Julius a bordo campo riceve -con fare da
impeccabile maggiordomo anglosassone- le masserizie dell’inquieto
collega
svedese.
L’ultima
parte del concerto riprende mordente con una serie di brani davvero
indovinati:
veniamo scossi dal parziale torpore delle escursioni precedenti mentre
la voce di Lina accompagna gli ultimi movimenti del suo debutto in
terra
italiana. Moltissimi dei brani presenti in scaletta hanno visto Lina
alla
voce, con nenie o brevi strofe ma anche con testi più articolati
dalla cadenza alquanto perversa; e non posso negare di aver pensato,
soprattutto
in certi momenti di “allegria” del leader di Deutsch Nepal, che magari
ci abbia pure mandato a cagare in svedese che tanto nessuno se ne
poteva
accorgere… insomma, un anarcoide scanzonato che gigioneggia sul palco
mentre
alle sue spalle appare la scritta Deutsch Nepal in (pessima) computer
graphic.
Ma nonostante tutto quello che possiate pensare devo dire che la sua
performance
non mi è certo dispiaciuta e aggiungo pure un bel sette per lo
show
da ex Take That (con annessa pancetta dovuta a ripetuti abusi alcolici)
che ci ha regalato durante tutto il suo concerto. Sicuro, perché
a vederlo atteggiarsi alla Robbie Williams (c’è pure una
notevole
somiglianza a livello di connotati, soprattutto nella foto che ci siamo
fatti assieme) mi ha regalato dei momenti davvero indimenticabili. Ed
ecco
quindi a voi uno dei grandi padri della Cold Meat Industry.
Der Blutharsch:
eh
no: adesso non si scherza più. Finito il concerto di Lina Baby
Doll
cala il sipario sul palco e la gente si allontana. Brutta mossa,
proprio
quella che stavo aspettando per liberarmi anche degli ultimi fan che mi
stavano davanti: mi attacco come una vongola al telone nero e resto
là
in attesa del grande momento. Il locale è ormai saturo di gente
ma io da qua non mi muovo di un centimetro; dietro il sipario si
sentono
i rumori dei preparativi, la musica messa dai dj mi entra da un
orecchio
per uscire dall’altro, non c’è niente da fare, ecco il momento
che
stavo aspettando da mesi, da anni (ne è passato di tempo dalla
data
di Bologna del maggio ’99). C’è odore di kerosene, si spande da
oltre il telo scuro per raggiungere le prime file degli astanti mentre
si intravedono dei fiochi bagliori che illuminano il palco ancora
completamente
celato. Le torce oscillano leggermente, oltre la coltre nera sembrano
dei
fuochi fatui, fioche anime in balia di venti senza nome. L’aria si
rende
elettrica mentre gli ultimi battiti di ebm vengono via via smorzati
fino
al completo silenzio: ci siamo.
Il palco è ancora
sigillato quando prendono vita le voci femminili di uno screziato canto
popolare in lingua russa. Atmosfera da profondo Est Europa che palpita
di vita attraverso una vecchia registrazione da puro blocco socialista
(e penso che a molti sarà venuto in mente lo show di San
Pietroburgo
dello scorso dicembre: nere istantanee e scarne parole per un evento
che
in certi ambienti ha acquistato da subito un’aura da favola di
folklore).
Il telone si spalanca per lasciare il pubblico a bocca aperta: Albin
Julius
e Marthynna, immobili in prima fila brandiscono le torce con lo sguardo
rivolto verso la folla. Nelle retrovie, alle percussioni, il profilo
tagliente
di Novo Homo. Figure imponenti, dall’alto del palco, racchiuse in nere
divise marziali che evocano squarci di memoria e allarmanti richiami di
guerra. Volti di ghiaccio, persi in un vortice di acciaio che non
saprei
descrivere meglio delle parole usate da un nostro collega di trincea
per
rendere sulla carta le sensazioni evocate dal primo lavoro di Der
Blutharsch:
“…braccia levate in alto, sguardi severi, abbagliati, come guerrieri di
Icaro al cospetto del sole…”. Il palco esplode per mano del “God punish
England” che apre il concerto della formazione austriaca, le loro
figure
monumentali dominano la sala mentre le pesanti cadenze da milizia
sonica
rendono l’ambiente saturo di quel Der Blutharsch sound che solo in
occasione
di simili eventi live può rendere al massimo la sua potenza
evocativa.
Il repertorio attinge da tutti i tre album “commerciali” più
qualche
sorpresa, come la traccia presente sulla raccolta “The Pact… of the
Gods”
e la granata da mortaio “I have no fear” rintracciabile sul rarissimo
7”
(99 copie numerate) condiviso assieme a Novy Svet. Dio mio, è
incredibile
l’impatto di un concerto di questo tipo. C’è anche lo spazio per
un brano inedito (rituale acquisito in occasione di ogni nuovo tour)
né
manca il momento della pergamena, quando Albin srotola il foglio per
leggere
i testi che accompagnano uno dei brani di Der Blutharsch. Essendo
attaccato
al palco mi aspetto da un momento all’altro di vedere la carta che mi
vola
addosso, ed infatti: finita la lettura Albin la lascia cadere sulle
prime
file, mi sfiora la spalla e finisce a terra, rinuncio praticamente
subito
a raccoglierla visto che le persone che mi stanno accanto l’hanno
praticamente
già intascata (ghiotto souvenir, no?).
Il suono è pesante,
oscuro e travolgente, saturo a livello critico, tanto da coprire le
voci
spesso urlate di Albin e Marthynna, ma tutto sommato non trovo che
ciò
sia un male in senso assoluto. A circa metà dello spettacolo
assistiamo
all’impietosa invasione palco del tecnico del suono che cerca di
mettere
mano sull’equipaggiamento del gruppo per finire buttato fuori dalle
scene
da un Albin Julius che lo liquida in una manciata di secondi. Sarei
quasi
tentato da inserire sul nostro sito una moviola in Realplayer
dell’accaduto,
chissà.
Con un po’ di amarezza
devo
notare come la scaletta abbia favorito soprattutto le ultime produzioni
a scapito di cavalli da battaglia come “Kampf, Sieg oder Tod!” o
“Wisdom
of the Blood” (i titoli sono sempre, ovviamente, indicativi e
personali).
Gli ultimi echi della battaglia inscenata in questa notte di marzo
vengono
accompagnati dal suono della sirena d’allarme antiaereo azionata da
Albin
Julius. E’ il gran finale mentre gli ultimi banchi di nebbia sputati
fuori
dalle fog-machines vanno via via diradandosi ed il palco torna,
tristemente,
ad essere vuoto.
La musica è
finita,
gli amici se ne vanno: neanche il tempo di riprendersi che la sala
torna velocemente in mano ai discotecari: tunz-tunz a tutta alè
mentre noi restiamo vicini al palco meditando sul da farsi. Ci
avviciniamo
alla zona bar per prendere qualcosa da bere in attesa dell’uscita del
gruppo
da dietro le quinte e mentre sto vuotando il bicchiere ecco che Albin
oltrepassa
i pesanti tendaggi che dividono il back-stage dal locale. Scambiamo un
paio di parole sulla serata, ma il caos tipico di queste occasioni non
offre spazi adeguati per poterci permettere qualcosa di più. Non
ci tratteniamo molto, il tempo di lasciare Albin con la sua birra e poi
il nostro congedo: chiedo se è possibile avere una foto “con
tutta
la famiglia” e lui molto gentilmente acconsente subito (non senza
rimproverarmi
di non avergli mai spedito l’istantanea che ci siamo fatti assieme
l’anno
scorso davanti ad un negozio di antiquariato militare… ma era venuta
uno
schifo! Ne eravamo usciti fuori piccoli piccoli e tutti sfocati…). “Now
you take a big one!” ed ha proprio ragione: la foto assieme a lui,
Marthynna
e Lina è un piccolo grande successo (tante grazie a Novo Homo).
Questa volta, come promesso, gliela mando subito ricevendo nel contempo
la sua autorizzazione a distribuire il primo volume del nuovo numero di
OC -quello interamente dedicato al suo lavoro-.
Un altro taxi e via verso
casa. Il giorno seguente facciamo un bel giro per il centro di Prato
(il
Duomo, Santa Maria delle Carceri, il Castello dell’Imperatore fatto
costruire
da Federico II) e torniamo nello stesso ristorante dove abbiamo cenato
la sera precedente e dove abbiamo prenotato anche il pranzo di oggi. Ci
incontriamo quindi nel centro di Prato con la bella compagnia della
Oktagon
per una splendida rotonda intavolata dalla quale però siamo
costretti
a congedarci fin troppo presto. Comunque sia ringrazio ancora Pas (lui
sì che il vino ad Albin lo ha portato sul serio) e tutti i suoi
amici per i bei momenti spesi assieme durante quella soleggiata
domenica
(quasi)primaverile. Avercene di occasioni simili.
Perdiamo il treno per
Trieste,
ma è quasi un bene, nel senso che le ultime due ore del nostro
viaggio
con il treno seguente vengono allietate dall’intrusione nel nostro
scompartimento
di un giudice minorile grazie alla quale (una ragazza più o meno
della mia stessa età?!) assistiamo ad una serie di
dialoghi/monologhi
stupefacenti che non saprei descrivere meglio di così: prendete
le migliori battute di “Prima dell’alba” (tanto si contano sulle dita
di
una mano) e miscelatele ad un certa dose di candid camera da Ferrovie
dello
Stato… ecco confezionata quella mina vagante che porta il nome di Elena
(è stato un sogno, oppure realtà?). Qualunque cosa sia
stata,
resta comunque un’altra storia.