A.k.a. Lupinaria & Der Blutharsch
Live a Vicenza – 15 dicembre 2001


Vienna: primi di ottobre, le due del mattino davanti al bancone del Weberknecht, un locale underground di quelli ambigui dove al piano terreno camerieri imbronciati servono pizze farlocche a famigliole del quartiere mentre nello scantinato si annida la fosca comunità dark & affini della capitale austriaca. Il concerto degli Hekate è giunto ormai agli sgoccioli, domani ho un treno per Trieste alle 7:00 o giù di lì e sarebbe anche ora di tornare in albergo. Saluto Albin con l’augurio di rivederlo presto ed ecco che lui mi ripete una frase che sa di già sentito: “ci vediamo a Vicenza, il 15 dicembre, ok?”. Ma allora è proprio vero? La sera prima mi aveva accennato ad un suo prossimo tour in Italia ma non ero sicuro di aver capito bene e poi la data mi sembrava fin troppo vicina per essere plausibile. Errore. Il 15 dicembre è dietro l'angolo e la cosa è dannatamente vera. Sogni d’oro. Al ritorno in Italia scopro di non essere certo il depositario di chissà quale arcano segreto visto che in mia assenza il pc si è già riempito di mail che mi comunicano la novella sbattuta ai quattro venti dalla rete. Ed ecco che a nove mesi spaccati dall’ultima incursione di Albin Julius & Marthynna nelle nostre allegre contrade questo piccolo tour su e giù per il Bel Paese ci regala l’occasione di assistere ad una buona serata di musica d’assalto per tutti gli amanti del genere. Come è andata? Leggere per credere…

Il viaggio: Il locale a detta di chi ci è già stato risulta piccolo e non proprio confortevole (già per telefono vengo avvertito di non lasciare nulla nel guardaroba in quanto non custodito), per essere sicuri di poter accedere alla serata bisogna munirsi di biglietto di prenotazione (scaricabile on-line) mentre l’unico mezzo di locomozione plausibile risulta essere la macchina (zona periferica, a circa 10 Km dalla città, niente treni, niente taxi, niente bus, niente…). Ci organizziamo e prepariamo di conseguenza, il tempo minaccia bufera, ma per fortuna certi danni atmosferici si stanno spostando rapidamente al sud e così ci ritroviamo con strade limpide e gelo sopportabile. Con un andamento di marcia molto vicino a quello di un pensionato delle poste mentre l’autoradio ci allieta a forza di Sex Pistols e vecchie sigle de “i Cavalieri del Re” raggiungiamo la meta senza nessun inghippo di sorta. Oh, che bello.

Benvenuti a Montecchio: Triste fascia periferica nei pressi di Vicenza, terra battuta dal gelo dove tra magazzini, capannoni industriali e piccoli locali di ristoro l’unica anima viva che incontriamo a passeggio per le vie ghiacciate si scopre essere un povero viandante che, come noi, è alla disperata ricerca del locale chiamato “Interno 20”. Lo troviamo dopo un bel girovagare per le buie strade deserte del luogo e subito dopo ci dirigiamo verso una tristissima “pizzeria” (virgolette d’obbligo) dove si mangia quel che si può in compagnia di amici, parenti ed anche un ragazzone che scopriremo poi essere l’individuo che si nasconde dietro il nome A.k.a. Lupinaria (com’è piccolo il mondo). Dopo una veloce telefonata di Mauro (Amplexus/Ars Benevola Mater) che per la serata si occupa del tavolo del merchandising di Der Blutharsch lasciamo il locale in custodia ad una comitiva di talebani locali e ci dirigiamo verso l’Interno 20.

Interno 20: Si chiama così perché è lo scantinato di un condominio, giusto nel caso ve lo foste chiesti. Ci lasciano al gelo sulle scale e veniamo fatti entrare a scaglioni al suono di: “prenotazione e tessera!”. Quale tessera?! Ho dietro solo quella del Velvet club di Roma (peraltro scaduta da due anni), insomma l’ennesima carta inutile, a meno che non si organizzi in zona qualcosa di decente entro le prossime due settimane che ci restano per quest’anno. Iniziamo a filmare un po’ in giro e poi via con le iscrizioni: tessera ARCI, che bello! farà la sua figura assieme a tutte le altre figurine che tengo nel portafoglio (Azione Cattolica, benzina agevolata, Young Card, Carta Verde, Nova Fan Club…). Con sottile rammarico noto come su tutte le prenotazioni in nostro possesso il nome Der Blutharsch risulti essere una serie di “h” e consonanti varie buttate a caso: “Der Bluthatsch”, “Der Blutartsch”, “Der Brutharschs…” (…) un po’ come è successo sulla copertina di Rockerilla datata ottobre 2000. “E’ che il gruppo ha un nome complesso, troppo lungo…”, di norma la giustificazione è sempre quella, ma allora cosa sarebbe successo se invece di Der Blutharsch Albin avesse scelto qualcosa tipo Mein kleiner süßer Mausezucker…?
Grazie di esistere.
 

Questioni di fanza / questioni di panza (inizia la festa?): Piano piano il locale si riempie, i banconi che strabordano vinili, cd, t-shirt & C. vengono presi d’assalto mentre Mauro e consorte tengono a freno la solita folla di maniaci del settore. Se è vero che Mauro è uno del mestiere lo stesso non si può dire della piccola Tania che viene aggredita da orde di cenobiti in cerca di ogni grazia impressa su vinile ("…scusa ma davvero questo è il quarto album di Der Blutharsch?"; "…scusa ma qua dentro ci sono dei remix registrati a San Pietroburgo o cosa?"; "…scusa ce l'hai il 7" color amaranto e bordo in ottone galvanizzato limitato a 139 copie con dentro Albin Julius e Douglas P. che cantano una cover di Scott Walker?!"; "…scusa non è che ti è arrivato quel disco in grafite al plutonio..."). Uno dei miei soci acquista l’ultima camicia in poliestere di Der Blutharsch ancora in vendita (per la modica cifra di 35 euro) mentre gli altri si accontentano di un po’ di t-shirt e spille assortite (io ho già dato a Prato). Niente nuovo album, peccato; la stampa è stata posticipata e l’unica vera novità (se escludiamo qualche titolo per Hau Ruck!) viene da “The pleasures received in pain” edito su vinile (sia nero che bruno) con elegante copertina arricchita da alcuni fregi dorati. Non indugio di più sul bancone delle meraviglie se non per il tradizionale scambio di doni natalizi tra il Congresso e il nostro Mauro. Accanto all’allegra tavolata trova spazio anche uno stand (presumo E.N.D.E.) al quale però nemmeno mi avvicino non avendo più la freschezza (tanto meno l’età) per andare a scartabellare nei contenitori presenti in esposizione.
Scopro di conoscere quasi la metà dei presenti (vuoi perché già visti in altre occasioni, vuoi perché affezionati “clienti”, vuoi perché ho una brutta fama…) e mi fa un sacco piacere poter incontrare così tanti vecchi amici in un colpo solo (alcuni non li vedevo di persona dai tempi del Teatro Polivalente Okkupato di Bologna, quasi tre anni addietro). C’è chi poi, non avendomi mai incontrato di persona, mi fa notare come sia impossibile la mia effettiva attività di redattore di una ‘zine “apocalittica” (brutto termine, non è vero?) vista la mia completa assenza di pancia (della serie: o ci si rovina bene oppure è meglio darsi all’ippica). Per fortuna che c’è Albin a prendere in mano la situazione: la pancetta non manca, i tormentosi umori da Götterdämmerung nemmeno.
Nel frattempo il palco viene occupato dal sig. Vanni/A.k.a. Lupinaria che inizia a dilettare i presenti con il suo campionario di industrial da balera. Scenografia inesistente e luci a livello zero; per tutta la durata della sua performance molti continueranno a credere che si tratti di un semplice sound-check, e invece no (mi sono anche perso il volantinaggio iniziale, peccato). Lette alcune recensioni su questo progetto rumorista mi aspettavo qualcosa di davvero caustico e violento sulla scia di certi lavori alla Con-Dom, Thorofon o Anenzephalia, in realtà questa esibizione live regala ai presenti una buona mezz’ora di industrial molto più vicina a certi tunz tunz da ebm che le mura di noise pura tipiche della power-electronics. In definitiva la musica è più che godibile, non perde colpi e acchiappa pure qualche tarantolato in prima fila, ma non venitemi a raccontare che questa è “violenza sonora” o power-electronics d’assalto (…mai sentito quello che combina un John Balistreri?). Comunque sia, bravo il nostro A.k.a. Lupinaria. Ho trovato un po’ strano il suo abbinamento a Der Blutharsch, chissà qual è stata la molla che ha spinto gli organizzatori verso una serata arrangiata in questo modo?

Fuochi a Nord-Est: Iniziano a serrarsi le file, ci avviciniamo al palco in attesa che la musica del locale faccia spazio al silenzio che darà il segnale d’inizio al concerto di Der Blutharsch. Questa volta niente neri sipari tra la folla ed il palco, Albin si intravede mentre armeggia sulla strumentazione per poi sparire nuovamente dietro le quinte. La musica si zittisce ed ecco partire l’intro che già aveva aperto lo spettacolo presso il Siddharta a Prato, nove mesi addietro (un incalzante motivo accompagnato da voci in lingua russa). Arrivano sul palco David, Albin e Marthynna, tutti in perfetta tenuta marziale e le consuete fiaccole strette in pugno. Nebbia, fumi, fuochi e tamburi… musica dall’incedere livido e marziale, saturazioni del suono incluse. Il concerto parte in maniera eccellente, il pubblico riceve una buona botta di Der Blutharsch sound con perle che vanno ad attingere da tutta la discografia recente e non per un totale di soli (ahimè!) quaranta minuti di ottima kinky march music di origine controllata. Presenza scenica da urlo, sound accessibile, brani collaudati, una festa in musica agli occhi di quanti fino al 15 dicembre non avevano ancora avuto l’occasione di assistere ad un live di questo tipo, la riconferma di (ormai) un grande classico per chi, come il sottoscritto, è la terza volta che partecipa ad un simile evento. La scaletta ricalca piuttosto fedelmente quella dello show di Prato, solo che qui il sound è notevolmente migliorato, anche le voci (perennemente in saturazione forzata e voluta) si sentono molto più chiaramente. Ed ecco che chi ha comprato il libro con i testi “Stehen ist zurück gehn!” può anche canticchiare un po’: “Only thin smokes without a flame / shows us their position / we don’t know how good they are / but we know it’s a whole division / only the strongest can succeed / all the weak, they have to bleed / finally victorious will be the pure / our society deserves a cure…”.
L’unico vero neo della serata?  Un “parcheggio selvaggio” che obbliga i gestori del locale a spalancare i microfoni per un impietoso annuncio tipo: “Ford Ka targata xyz… o la spostate o ve la spostiamo noi!”. Il tutto ovviamente nel bel mezzo del concerto (…). Ma dico, ci troviamo immersi nel nulla, come può uno lasciare la macchina nell’unica zona vietata nel raggio di tre chilometri?
Questa volta oltre alla classica pergamena gettata al pubblico (il quale ricambia con bottiglie di vino folkloristiche) a concerto inoltrato arriva l’omaggio sorpresa: mentre la marcia incalza e la consueta nebbia la fa da padrona Albin sbuca fuori con un mazzo di rose bianche che inizia a distribuire tra le signorine presenti in prima fila (vabbè, anche qualche baldo giovanotto non si lascia scappare l’occasione!). Il resto dei fiori vola in mezzo alla sala e la musica continua senza perdere un colpo. Già in occasione del secondo live svizzero di Der Bluthrasch avevamo assistito ad una scena simile, dettata però da questioni più “diplomatiche”. Qui è tempo di sola festa; le paranoie lasciamole in pasto ad altri ambienti.
Un concerto di quelli che appagano a 360 gradi, con tanto di bis a sorpresa (conoscendo Albin davvero non me lo sarei aspettato) e tanto di outro con “Il canto degli arditi”. Chiudiamo la serata con un Lucano al banco, no?

Tutti a casa!: Finiamo le riprese d’archivio e rinfoderiamo le macchine fotografiche. La serata sbanda verso le solite cadenze da mazurka al cerone, fuggo dal bagno divenuto presidio di un branco di gotici scoppiati e mi aggrego nuovamente ai miei soci in vista del commiato. Gli stand continuano il loro lavoro forzato (che si esaurirà solo alle prime luci dell’alba) e noi salutiamo gli amici intervenuti all’evento. Grazie all’intraprendenza di Aldo ci facciamo strada nel back-stage dove troviamo Albin in compagnia di una coppia di allegri punkettoni. Un saluto veloce e la promessa di rivederci presto: Vienna è sempre la capitale per tutte le stagioni. Abbandoniamo il locale, saltiamo in macchina e via tutti a casa. L’ultima istantanea della serata? Una vamp al banco del locale mentre ripassa il rossetto nero sulle labbra del suo amico/ragazzo: aggiungiamoci qualche tatuaggio caotico ed ecco a voi la coppia ideale di cultisti locali del dio Slaanesh… Potremmo forse vivere senza?

           M.Rot


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