“L’ALBA DEL LUPO”
Sol Invictus – live a Trieste 29.11.1999
Sol Invictus, un progetto, una realtà musicale, che alle soglie del 2000 festeggia una carriera ormai ultra decennale ricca di suggestivi lavori (oltre trenta produzioni, tra album, live, antologie, edizioni speciali per un ammontare di quasi cento ballate, alcune, ma in piccola parte, condivise dal patrimonio dei Death in June), diversi preziosi sodalizi (basti pensare alle collaborazioni con Current 93, Ordo Equitum Solis o le bizzarre sperimentazioni assieme a Steven Stapleton dei Nurse With Wound) e numerosi live che hanno attraversato tutta l’Europa, il Giappone e persino quella “grande Bestia” chiamata America.
Per parlare del Sol Invictus, inteso come gruppo, non si può prescindere dalla sua prima forza motrice, la sua anima iniziatrice: Anthony Charles Wakeford. Figlio dell’illusione trockista che tanto aveva alimentato le utopie di tutta una generazione di quei grigi anni ’70, il giovane Wakeford esordisce giovanissimo nella scena punk inglese in quello che fu un gruppo di “musica militante” della sinistra radicale datata 1977; i Crisis. Concerti a profusione e mille occasioni per combinare casini nei consueti scenari di contestazione sociale, questa volta però farciti da un’ideale colonna sonora da rivolta urbana che frutta ai Crisis un certa notorietà che scivola ben oltre i confini di Sua Maestà (indimenticabile, a questo proposito, la loro “Red Brigades” di ispirazione italica...). Ora, inutile sobbarcarci la missione di spiegare i “perché” che hanno successivamente portato lo stesso Wakeford assieme al suo compagno di ventura, Douglas P., a dar vita nei primissimi anni ottanta al gruppo che infiammerà gli scenari underground per tutto il successivo ventennio. Un nome quanto un simbolo di fede e dedizione: Death in June. Non sono bastate intere biografie come “Misery and Purity” di Robert Forbes, né “Le Livre Brun” di Jean Louis Vaxelaire (oltre a pletore di articoli e dossier) a dare un definitivo punto alla questione; molto più semplicemente, quanto onestamente, è meglio allinearsi al concetto base secondo cui in quegli anni ci fu “una grande illusione”: un assalto al cielo che è poi crollato miseramente di fronte al muro della realtà quotidiana, e che si è trascinato dietro rabbia e frustrazioni da molti, spesso, ancora oggi malcelate. In ogni caso, abbandonati giubbotti borchiati e slogan da “anni di piombo” dalle ceneri dei Crisis, Wakeford e Pearce partoriscono una creatura che sembra viaggiare lungo binari radicalmente opposti ai loro precedenti sentieri ideologico/musicali. Spariscono i fronzoli che avevano caratterizzato la loro identità punk, tutto viene diametralmente rovesciato, l’ordine prende il posto dell’anarco-rivolta, ed ecco che appaiono le prime divise nere, una folgorante estetica marziale che si traduce a livello sonoro nell’utilizzo di oppressive percussioni e indomiti canti “dell’Europa per l’Europa”. Di ciò che furono i Crisis sopravvive solo l’indimenticabile “All Alone in Her Nirvana”, a detta di molti snaturata poi nella nuova versione presente sull’album “Burial”. Per Wakeford sarà comunque una parentesi (per quanto profonda e determinante) piuttosto breve: abbandonerà il gruppo, tra oscure leggende urbane, nei primi mesi del 1984. Diverse le versioni a questo riguardo: dalla semplice necessità di allontanarsi a causa di un pesante clima di insofferenza, fino alla vera e propria cacciata da parte del gruppo vista la sua frequentazione di ambienti politici “non corretti”...
Mentre Douglas porterà avanti, come sta facendo tuttora, l’emblema della Morte in Giugno (rincarando pure la dose vista la sua recente collaborazione con l’inquieto panzermusicante viennese Albin Julius di Der Blutharsch), per Tony gli anni tra l’84 e l’88  passeranno in silenzio; l’uscita dell’album “Burial”, nell’aprile 1984, ad opera dei Death in June é l’epitaffio con il quale il gruppo cancella ogni legame residuo nei confronti di Wakeford (doveva chiamarsi “Honour, Discipline, Loyalty”, ma vista la presenza di tutte le ultime canzoni ad opera di Tony, il nuovo titolo risultò certamente più indicativo rispetto al caso). Da notare, per quanto ancora oggi sconosciuto ai più, l’anonimo progetto che passerà ai posteri come “Above the Ruins” dal quale prenderà vita l’album “Songs of the Wolf” dove Wakeford porta in passerella tutta una serie di gemme di indomita connotazione post-punk i cui testi sono fortemente indicativi rispetto alla sua visione della società occidentale: parole incandescenti contro “l’Europa dei mercanti”, un sostanziale dissenso verso il cieco progresso visto come degno figlio degenere del peggior turbo-capitalismo concepibile, il tutto accomunato da un netto disprezzo per le masse e la crisi di veri valori in cui versa il mondo moderno. Un lavoro ruvido, per alcuni anche troppo abrasivo nelle sue tematiche, e non sarà un caso se poi uno dei suoi cavalli di battaglia, “Waiting”, verrà ripreso e manipolato in “Vengeance” dal padre del terrorismo sonico Boyd Rice (senza contare le brutte voci circolanti sul finanziatore di questa produzione...). Era il 1986, “Songs of the Wolf” prende vita su nastro magnetico, ma ben presto ritornerà alla luce grazie ad una sua ristampa (bootleg…) su vinile nel ’91, alla quale si affiancherà ben presto una sua variante, molto più accessibile, su cd.
Nonostante tutto però, restano anni di silenzio, un vuoto che troverà risposta appena nel settembre 1988, con l’uscita del mini lp “Against the Modern World”, titolo efficacemente ispirato dal testo evoliano “Rivolta contro il mondo moderno” (tra l’altro, all’epoca ancora orfano di un’edizione in lingua inglese). Ed è qui che esplode la rivoluzione chiamata Sol Invictus, che si incarna musicalmente in ballate di radice tradizionale presto etichettate come “folk apocalittico”. Una sigla che a più riprese mi sono sentito di criticare vista la drammatica superficialità con cui questo termine viene regolarmente usato (ed abusato), soprattutto rispetto all’ondata di cloni a cui abbiamo assistito nell’ultima decade. Ho parlato di ballate; scarne melodie che nel loro incedere trasudano un’anima ancestrale e che da questo punto a seguire accompagneranno tutto l’iter dell’opera di Wakeford affinandosi, espandendosi, fino a raggiungere le ultime prove della sua “Orchestre Noir”, dove i temi tradizionali tanto cari al Sole Invitto trovano una nuova naturale espressione/estensione in una struggente ambientazione neoclassica. Il rifiuto verso il vuoto moderno, la crisi di identità in cui versa l’Europa, il richiamo a valori considerati eterni ed inviolabili (la stirpe, l’onore, la fedeltà), l’immaginario che cattura antichi temi legati alla mitologia europea (l’interpretazione del futhark, Odino, il dio Mitra, ma anche la tradizione esoterica occidentale con Austin Osman Spare ed Aleister Crowley),  accomunati ai versi di un Ezra Pound o Antonin Artaud, sono il basamento su cui poggia questa creatura che negli anni ha saputo imporsi sulla scena underground di mezzo mondo scrollandosi, finalmente, di dosso, tutti i fantasmi del passato che ancora la volevano vincolata sotto l’ombra della Morte in Giugno (seppure ci sia ancora qualche sempliciotto che proprio non può fare a meno di far pesare costantemente l’eredità del Totenkopf sulle spalle di Wakeford).
E siamo ai giorni nostri, con decine e decine di produzioni di culto, un’etichetta personale (la Tursa) che è ormai sinonimo di garanzia rispetto ai gruppi siglati (Algiz, Skald o il valente Tor Lundvall...), due pubblicazioni, seppur aperiodiche (On e Sol), senza contare il web, visto il suo contributo con uno dei migliori siti presenti in rete per quanto riguarda tutta (o quasi) la scena “apocalittica”.
Il 1999 è stato segnato dalla sua ultima grande impresa dal titolo “In a Garden Green”, lavoro che si è guadagnato da subito una presenza quanto mai obbligata in tutte le playlist della scena, mentre ormai, giunti al tramonto di questo tormentato XX secolo, il cammino di Wakeford sembra avviato verso un ricco e sereno nuovo millennio. Almeno sul piano artistico.
Rispetto agli scenari sotterranei in cui si muove il Sol Invictus (stiamo parlando quindi di entità quali il Blood Axis, gli Ernte, Death in June, Waldteufel, Der Blutharsch, Allerseelen...), é da rimarcare l’estremo individualismo attraverso cui l’opera viene portata a compimento; stiamo parlando infatti di progetti che si appoggiano sì su di un gruppo di valenti musicisti per dar vita alle loro esecuzioni, ma  che risultano pur sempre strettamente vincolati al “padre/padrone” della band. Trovo perfetta in questo senso la risposta che Douglas P. diede in una intervista italiana oltre una decade addietro riguardo al concetto di gruppo: “Non credo alla forma del “gruppo”. Come la “democrazia”, è una facciata, un’apparenza che non funziona. Ci sono sempre dei compromessi e questo indebolisce il lavoro, il concetto, l’ideale.”
Oltretutto, una doverosa precisazione rispetto all’operato di molti di questi gruppi riguarda l’atteggiamento di tanta, troppa, carta stampata/strampalata dove in maniera tanto viscida quanto maniacale si va ad indagare dietro ad ogni virgola da loro vista come “politicamente scorretta” in cui viene a trovarsi coinvolto il gruppo in questione: troppe volte ci siamo trovati di fronte ad impietose autopsie sull’operato, ad esempio, dei Death in June o del Blood Axis, e simili atteggiamenti paranoici non hanno risparmiato nemmeno il Sol Invictus, anche se certamente in parte minore, (vista la sua sostanziale limitata “ambiguità”), e soprattutto certe associazioni religiose hanno visto nelle canzoni di Wakeford una pericolosa incitazione alle forze demoniache e al supremo male oscuro... Amen.
Stiamo parlando di una realtà che non può essere semplicemente ascoltata e di conseguenza frettolosamente catalogata (e dove poi?), siamo davanti a un qualcosa che deve essere vissuto per essere compreso appieno: i mediocri spettatori abituati a serate di piatto intrattenimento farebbero meglio a restarsene a casa, ancora peggio poi, quando questi ultimi, forti della solita presunzione e conseguenti vuoti chiacchericci, iniziano a cimentarsi nell’abituale critica da aria fritta, dove il tentativo di dare un “perché” ad ogni scelta (estetica, tecnica o tematica che sia) finisce nel solito minestrone della banalità. L’analisi maniacale male si accompagna a questa scena, le risposte sono già stampate nel nostro inconscio, essere in grado di interpretarle sta alla capacità dell’individuo, mentre quelli che tentano di “psicanalizzare” questo mondo cascano puntualmente in bilico tra il ridicolo e la menzogna. L’analisi ingabbia, seziona, svilisce il concetto, la forza evocativo del simbolo, il significato stesso di fede. Può avere senso accanirsi nel tentativo di dare un peso specifico all’anima? Spero proprio di no. Né ci si può aspettare di fare altrettanto nei confronti del Sole Invitto.
Non si può cogliere appieno tutta la forza evocativa del Sol Invictus senza assistere ad un suo concerto. L’occasione live regala una dimensione unica rispetto all’opera racchiusa su compact o vinile. Di ciò ne abbiamo avuto ulteriore riprova nella seconda visita di Wakeford e compagni nella nostra amata Trieste, momenti da non lasciarsi sfuggire, rarissimi quanto devastanti nel loro impatto evocativo. La sera del 29 novembre, presso il teatro “Miela”, in occasione delle tre giornate di festival intitolate “Musica in Nero” un teatro colmo di spettatori entusiasti ha avuto l’occasione di confrontarsi con questo mondo sotterraneo, un mosaico composto da innumerevoli tasselli, una piccola grande magia sonora in grado di emozionare i presenti attraverso tutto il valore artistico-umano portato in scena dal gruppo. Tony Wakeford (voce, percussioni, chitarra), Matt Howden (voce e violino), Sally Doherty (voce e flauto) hanno incatenato i presenti con la loro semplice presenza scenica, sobria, spartana, quanto elegante ed imponente. Hanno dominato i loro strumenti riuscendo a renderli vivi, pulsanti mentre le ballate portate alla luce lungo questo intenso tragitto sonoro si sono riversate sui presenti lasciandoci, all’unanimità, senza parole. Applausi a profusione, bis strappati con tutta la foga e l’entusiasmo della migliore audience auspicabile per l’evento (con persone giunte da tutta Italia, isole comprese, ed oltre ancora visto che ho ricevuto telefonate per il concerto anche dalla Repubblica Slovacca!). Per poter avere il Sol Invictus a Trieste sono stati molti i problemi ed i guai che abbiamo dovuto affrontare (inclusi incidenti e lutti familiari che hanno minato seriamente la formazione originaria), ma nonostante tutto siamo riusciti in qualche modo a dominare gli eventi, e la serata del 29 novembre ci ha ripagato in maniera piena e totale al di sopra di tutte le paure e le tensioni accumulate in mesi di lavoro. Il “trio noir” (formazione inedita per l’Italia, un po’ meno per il resto d’Europa, come ad esempio negli ultimi live scandinavi) si è fatto valere in maniera semplicemente esaltante, superando ogni nostra più rosea aspettativa. Le zoppicanti escursioni musicali del gruppo di supporto (ma ne avevamo davvero bisogno?) vengono velocemente spazzate via e finiscono nel giusto oblio di fronte alla sola “O rubor sanguinis” con la quale si apre il concerto del Sol Invictus. La voce di Sally è penetrante come un proiettile, travolge nell’impatto mentre il violino di Matt riesce a mesmerizzare la folla creandosi una cornice del tutto personale all’interno di ogni esecuzione. Grossa parte del concerto si appoggia sui brani ancora recentissimi di “In a Garden Green” (con la title-track che si pone a coronamento del live), mentre il resto dello spettacolo viene alimentato da tutti quei pezzi storici che da sempre accompagnano le vite di noi seguaci della scena: “Media”, “Fields”, l’immancabile “Against the Modern World”, ma anche, tra le più recenti, “Believe Me” e l’indomita “Laws & Crowns”. Immancabile la ballata tradizionale “Sheat & Knife”, dove il tamburellare di Wakeford sulla cassa armonica della chitarra viene seguito da tutti i presenti in religioso silenzio, rapiti da un atmosfera che trovo impossibile riportare sulla carta se non con il termine ancestrale.
Una serata che ci ha segnato in maniera totale, con un pubblico sintonizzato appieno lungo il sentiero emozionale portato in scena da Wakeford e amici; abbiamo assistito a momenti di calore ed entusiasmo verso il gruppo che sono sfociati poi anche in azioni improvvisate (quanto  perfettamente in armonia con l’evento) quali, ad esempio, la pacifica “invasione palco” di tre fan con in un mano un bicchiere di birra, offerto poi al trio piacevolmente sorpreso alle spalle da questi tre “incursori da back-stage” (a raccontarlo sembra quasi una barzelletta, invece...).
Musica per pochi, e lo dico senza rimpianto, ma anzi con orgoglio visto che, in serate come queste, essere parte del “club apocalittico” appaga come ben poche altre cose a questo mondo sono in grado di fare.
“Solo Mitra é la mia Corona”.
 
 

         Testo: M. Rot
         Foto: Paolo Stanese


back