
Credo che il sottotitolo,
per quanto (malinconicamente) ironico possa ben rendere l'idea del report
che mi sto accingendo a compilare. Per chi non ne fosse ancora a conoscenza,
il primo grande evento organizzato dal fan club dei Death in June (Freundeskreis
Thaglasz) si è dovuto scontrare con la dura realtà di una
terra (la Germania) che negli ultimi anni rispetto agli eventi live del
nostro panorama musicale si è trasformata in una specie di tagliola,
neanche tanto mimetizzata, e per giunta costantemente (ed accuratamente)
oliata dalla solita, triste, nevrotica propaganda menzoniera di sedicenti
anti-fa e cacciaballe assortiti.
L'evento organizzato a Kassel
si proponeva ricco di proposte ed occasioni all'inverosimile, con ben sei
gruppi on-stage rispetto ai quali meritava esserci se non altro per una
delle rarissime performance di Les Joyaux de la Princesse, senza dimenticare
la presenza degli ex-Strength Through Joy “rinati” Ostara e poi Kirlian
Camera, Forseti (che hanno scatenato gli animi con un 10”, “Jenzig” di
purissimo neo-folk teutonico), Aurum Nostrum, il side-project di Pearce
& Leviathan Kapò ed infine, lui, sì, Douglas P. quale
ospite speciale della serata, in occasione della quale sarebbe stata proiettata
anche la versione integrale del film “Pearls Before Swine”. E poi, ancora
musica, stand di rarità su compact e vinile, sconti per i soci,
la presentazione dell'ultimo parto editoriale del Thaglasz: un libro edito
in 333 copie con all'interno un cd esclusivo più un vinile (anche
questo esclusivo) da 8” di Les Joyaux de la Princesse... insomma, tanto,
troppo forse e tutto in una notte. Parola chiave: imperdibile. E' stato
davvero così?
Il viaggio: “Kassel
città affascinante...” (cito testualmente la guida), un piccola
località, sotto i 100.000 abitanti, nel cuore della Germania, a
pochi chilometri da quello che fu il confine con l'ex repubblica democratica
tedesca fino al crollo del muro. Di Kassel si parla spesso in termini di
“crimine architettonico” vista la sua ricostruzione selvaggia a seguito
dei bombardamenti alleati che ben poco lasciarono in piedi dopo il loro
passaggio, ma tuttavia quasi tutti sono concordi nell'affermare che il
tessuto urbano si sta velocemente riprendendo. Ora, direi che al mio arrivo
la città figurava già bella, limpida e ricomposta, e se qualcuno
si azzarda ancora a parlare di “crimine architettonico”, molto probabilmente
non ha mai fatto un salto in certe zone d'Italia che conosco io (...).
Comunque, il piccolo aeroporto regionale non è l'ideale per i turisti
stranieri (niente voli diretti, ovvio, e difficoltà d'intesa tra
i trasporti italiani e quelli tedeschi), mentre le altre due opzioni seguono
l'inevitabile itinerario terrestre: auto o treno. Optiamo per la seconda
così ci possiamo permettere il “lusso” di mangiare viaggiando ed
in generale spendere un po' di tempo leggendo o chiaccherando senza troppo
stress. 14 ore sono tante, più precisamente sono il limite oltre
il quale un treno diventa (per quanto veloce e confortevole) più
un incubo che un mezzo di trasporto. Decidiamo quindi di prenotare un albergo
nel centro della città (l'Etap hotel, dove soggiorneranno i vari
gruppi è un po' fuori mano, estrema periferia, e comunque finiremmo
per fare la figura degli “otaku apocalittici”, quindi meglio optare per
la piccola e confortevole pensioncina attaccata alla centralissima piazza
della cittadina). Inutile dire, vista l'estenuante durata del viaggio,
che scegliere lo stile “toccata e fuga” equivarrebbe ad una lesione irreversibile
del nostro stato fisico e relativo sistema nervoso: decidiamo di prendere
ferie vere e proprie e raggiungiamo la località del festival con
due giorni di anticipo con l'idea di rimanere ancora anche dopo la serata
del 14. Mossa che si rivelerà estremamente indovinata visto quel
che accadrà in seguito... ma procediamo con ordine.
Un paio di scambi, sosta
a Monaco (dove compro cartoline, ma poi mi dimentico di spedirle.. ehm..),
qualche sorriso con gli indigeni locali e via verso Kassel. Città
piccola, ma con ben due stazioni dei treni (una centro nevralgico delle
comunicazioni della Germania centrale, l'altra “stazione di cultura”, con
mostre, musei, cafè e qualche treno locale). L'arrivo, se fosse
stato di notte e non di pomeriggio, probabilmente avrebbe reso la Hauptbahnhof
simile ad uno scenario da Resident Evil 2, con i binari coperti da un'intelaiatura
metallica da archeologia industriale e l'ampia sala che accoglie i viaggiatori
all'interno della stazione vera e propria. Si comincia.
Kassel, città affascinante...:
Al primo impatto l'atmosfera è quella da blocco sovietico, dove
tutto è funzionale, ma dall'aspetto freddo, distaccato. Poca gente
(colpa del tramonto che si avvicina?), bei autobus dai comodi sedili multicolore
e bizzarri monumenti contemporanei che fungono da arredo urbano ad una
città che, altrimenti, rischierebbe davvero un aspetto troppo formale.
Eppure, (nonostante questo primo impatto un po' desolante) mentre ci addentriamo
lungo le ampie strade del centro accompagnati da una gentile signora del
luogo, penso che questa città proprio mi piacerà.
Ed infatti: quello che fino
a qualche giorno prima figurava come un non meglio identificato puntino
sulla carte geografica europea si rivela in tutto il suo splendore nelle
giornate che trascorreremo su e giù a bordo di bei tram dai colori
sgargianti e bus spericolati che attraversano i grandi boschi circostanti.
Kassel è un piccolo
nucleo che straripa di cultura, musei, eventi, spettacoli e cioccolata
Milka in polvere. Tra le tante cose viste e vissute è praticamente
obbligatorio partire dalla casa/museo dei fratelli Wilhelm e Jacob Grimm,
grande simbolo proprio della rinascita culturale tedesca e di tutto il
sottobosco di folklore germanico che attraverso il loro lavoro ha fatto
il giro del mondo. Un suggestivo itinerario di favole, miti, saghe e simboli
che si snoda per tre piani, dove non mancano i contributi (in forma di
citazioni) da parte di personaggi quali Jung e Mircea Eliade. Scopro con
stupore (mia ignoranza!) un tomo di Wilhelm Grimm dedicato allo studio
dell'alfabeto runico ed alle sue diverse varianti presenti in Europa, mentre
la loro effigie impressa sulla banconota da 1000 marchi per quanto doverosa
mi lascia piuttosto indifferente ( che poi tanto un bambino non lo mandi
a comprarsi “Biancaneve e i sette nani” con una carta da 1000 DM...
spero!). Bellissimo e suggestivo oltre ogni mia aspettativa è il
bizzarro “Museum fur Sepulkralkultur” dedicato interamente (e direi unico
nel suo genere) alle tradizioni funerarie in occidente, dentro al quale
trova spazio veramente di tutto: istantanee di obitori, carri funebri (dalla
carrozza ad una chevrolet originale del 1978!), una mostra dedicata al
recupero di un cimitero penitenziario statunitense, decine e decine di
piccole bare vuote in ricordo di neonati morti di malattia, stenti, infanticidio,
oppure drammatiche installazioni in ferro, stracci e nylon... Al piano
inferiore fanno bella mostra di sé tombe e lapidi originali, dal
1500 circa fino ai giorni nostri, con pure un'impressionante sarcofago
in pietra dedicato ad un nobile in armatura da cavaliere, ed ancora, monumenti
funebri, bare dipinte a mano risalenti al XVIII° secolo, abiti da cerimonia,
esemplari di teschi originali (prelevati da ossari dove negli anni trenta
furono decorati in caratteri gotici), raffigurazioni pittoriche che spaziano
dalla “danza macabra”, ai quadri di Bochnin fino ad immagini di cordoglio
per la Grande Guerra e carrellate di foto ad epoca variabile ma dal soggetto
piuttosto omogeneo (particolari di forni crematori, giocondi becchini,
esecuzioni sommarie ma anche vecchi e malati terminali, prima e dopo il
passaggio della signora con la falce). Tre piani divisi in sezioni dove
le parole chiave possono essere riassunte in “morte”, “dolore” e “memoria”.
La biglietteria vende stampe, libri di arte funeraria, cartoline, giornali
(uno è l'organo di informazione per gli addetti ai servizi funerari),
cd musicali (“Dead and gone” vol.1 e vol.2) ed un angolo bar in self-service
con tanto di urna per le ceneri come salvadanaio per le mance. E se poi
c'è bel tempo potete fermarvi a mangiare una brioche in terrazza,
posto dal quale è possibile ammirare lo spettacolo di una città
immersa nel verde, circondati da una invidiabile collezione di carri funebri
parcheggiati tutto attorno ai tavolini. A parole potrà sembrare
dissacrante (e se non lo avessi visto, lo avrei pensato anch'io), ma nel
suo complesso questo posto è davvero affascinante, ti cattura, e
lo fa con la forza di energie impalpabili, ma presenti. Vasto e silenzioso,
abitualmente poco frequentato ed in qualche modo protetto da quelle lingue
di erba di un verde intenso che lo circondano, a sua volta decorate con
numerose lapidi e muti monumenti, questo posto da solo merita tutte le
14 ore di treno che ci siamo fatti per raggiungere questo graziosa cittadina,
ennesimo piccolo cuore pulsante nel centro della Germania. Immagino già
certi goticoni e tutte le loro seghe mentali al riguardo, ma a dispetto
di certa gentucola al cerone, davvero; questo posto è da visitare
e da ammirare, soprattutto per la sua sconvolgente aura di sacralità
e bellezza. Sfogliando un libro in vendita alla cassa i miei occhi cadono
su una splendida creatura di pietra bianca, che già anni addietro
avevo immortalato di mia iniziativa a Trieste, controllando l'indice l'autore
mi conferma la sua origine triestina. Alla fine, anche qui siamo di casa.
Non so se sia stato un caso,
ma durante tutto il nostro soggiorno presso il museo gli unici altri visitatori
sono stati delle persone anziane, alcune parzialmente invalide, come perse
tra centinaia di croci e insegne a lutto. Ed è la sensazione di
un pellegrinaggio. In attesa della Signora.
Ma le sorprese non finiscono
qui, e citarle a ruota mi dispiace, ma in fondo non posso certo scrivere
una nuova guida alla città di Kassel. Comunque, da vedere: immancabile
il ciclopico parco del Wilhelmshohe dove sorge la Habichtswald (foresta
del falco), la Neue Galerie, il castello di impronta scozzese di Lowenburg,
l'Orangerie, le rovine del grande acquedotto circondato dalla foresta,
i bizzarri monumenti partoriti dalla ciclopica mostra di arte contemporanea
(disseminati un po' ovunque, tipo il mega-piccone sulla Fulda) che si svolge
a Kassel ogni cinque anni, ed il simbolo della città: l'Ercole che
troneggia sull'immenso parco del Wilhelmhohe, preceduto dalla suggestiva
scalinata accompagnata dai giochi d'acqua, e dal quale è possibile
ammirare un panorama senza precedenti. Kassel città affascinante.
E che si friggano gli irriducibili di Cuba e Sharm el Sheikh. Amen.
Tempo di Festival: sembrava una passeggiata, invece. Invece scopriamo ben presto che qua rispetto a certi nomi bisogna adoperarsi di molta calma e prudenza. Una certa “paranoia tedesca” è ben conosciuta e rinomata in tutta Europa, ma ritrovarsi a viverla in prima persona mette in una condizione di agitata tensione prima d'ra inconcepibile per le nostre menti. Poco prima di partire, grazie ad un fax dei Kirlian Camera ed una gentile e-mail di Richard di Ostara veniamo a sapere che il locale oggetto dell'evento è cambiato; stesso giorno, stessa città, ma non sapremo che poche ore prima del festival le nuove coordinate del festival. Richard mi scrive al riguardo di un castello, anche se poi le pesanti piogge delle giornate precedenti al 14 luglio renderanno impraticabile il sentiero (attraverso la foresta) che porta alla fortezza. In seguito, la terza (e questa volta definitiva) destinazione prende la forma di un gigantesco impianto industriale a più livelli, uno dei quali trasformato in una discoteca piuttosto rinomata in città chiamata Factory (tant'è che mi verrà indicata da un gentile pensionato con cui scambio un paio di parole in hotel, quando ormai mancano solo due ore all'inizio della gran serata). L'info-line non dà alcuna indicazione se non quando mancano 180 minuti spaccati all'ora x. Più che una serie di concerti, sembra di dover andare ad assistere ad un raduno clandestino (...). Usciamo dall'hotel con un'ora di anticipo (sono le 20:00, e il Thaglasz Festival parte alle 21:00) e ci incamminiamo verso la nostra meta.
Metti
una notte al Factory...: appena in strada li riconosciamo subito: gruppetto
vestito di nero con taglio militare, ma li lasciamo subito perdere e ci
incamminiamo per i fatti nostri, veniamo presto superati da un altra ombra
in anfibi neri che ci oltrepassa di volata mentre qualche altro oscuro
personaggio accosta la macchina per chiederci informazioni per raggiungere
il locale (“Tourists, sorry, we're tourists!). Dopo una passeggiata lunga
venti minuti circa iniziamo ad incrociare una nutrita serie di vetture
scure che, con la radio che sciorina neo-folk a tutto alè, scarica
i fan intervenuti per la serata targata “Thaglasz”. Il Factory è
impressionante, con i suoi mattoni rossi a faccia a vista, l'imponente
struttura, le ampie vetrate dai telai in ferro, la ciminiera, insomma,
un posto davvero suggestivo. Mentre non meno suggestiva si rivela la fauna
locale intervenuta per la serata: centinaia e centinaia di ragazzi e ragazze
vestiti di nero, moltissimi in divisa (mimetica ma anche “da parata”),
capelli corti stile “gioventù tedesca” oppure veri e propri skin,
mentre non mancano folte code alla “Wiking” né graziose trecce da
“Lega delle donne tedesche”, con tanto di lunghe gonne e cravatte
nere su camicie bianche. A saccheggiare i presenti ci si potrebbe ritrovare
con un container pieno fino all'orlo di rune, totenkopf, fibbie militari,
vari monili dell'Ordine, per arrivare alle classiche decorazioni da “bravo
ragazzo dark” (croci egizie e compagnia...). Solo che qui i gotici sono
in stretta minoranza, perfettamente integrati, ma drammaticamente esigui
di numero. Esattamente il contrario di ciò a cui possiamo assistere
di norma in Italia: qua la “milizia” ha il netto sopravvento sui darkettoni
mentre, in mezzo a tutta 'sta folla da piccolo stadio emergono alcuni figuri
piuttosto coloriti. Tant'è che finiamo accanto a due ragazzoni (fratelli
gemelli, non sto scherzando!) uno con polo di Der Blutharsch mentre l'altro
con camicia nera sulla quale sfoggia quel pataccone di wolfsangle sempre
presente in prima linea nel merchandising di Boyd Rice. Numerosissimi i
piccoli “kameraden” che, in fatto di ricercata estetica marziale sbandierano
di tutto e di più, mentre chissà cosa avrebbero potuto pensare
quei bontemponi che hanno accusato la manifestazione di essere un oscuro
nazi dance party (...?!) alla vista di certi bizzarri individui (o quanto
meno fuori luogo rispetto a certe realtà di estremismo politico
e/o culturale come vorrebbero essere etichettati questi eventi) quali il
ragazzo orientale (giapponese? cinese? coreano?) immerso nella folla, a
pochi metri da noi, e che scopriamo essere uno dei figuri che abbiamo incrociato
subito all'uscita del nostro hotel. Oppure la ragazza di chiara origine
asiatica (indiana? pakistana? oppure...) che ad una manciata di centimetri
da noi chiacchera con gli amici della “falange nera” senza finire linciata
a bottigliate. Vuoi vedere che invece del tanto ambito raduno “satanofascistaeteronazionalpopolare”
siamo finiti in un “semplice” festival di buona musica e tanta brava gente?!
Ed io che mi sono fatto 14 ore di treno solo per il gusto di sfasciare
qualche vetrina di Kassel, dar fuoco al McDonald locale, aggredire un vecchietta
in costume folkloristico e poi ubriacarmi per festeggiare la vittoria (o
la sconfitta, indifferente) agli europei. Oibò, mi sa che ho sbagliato
canale!
Nonostante tutto c'è
una sostanziale serenità; la gente si diverte, è tranquilla,
tutti in trepida attesa per la gran serata. Nonostante tutto. Nonostante
i cinque furgoni e le tre automobili bianche e verdi della “polizei” locale
a presidiare il luogo, nonostante l'unità cinofila che si muove
freneticamente su e giù per le lunghe scale metalliche d'accesso
al locale, alla ricerca di prove tangibili dell'attentato minacciato contro
il festival (e nel frattempo, a pochi metri in linea d'aria da noi, si
sta consumando un bel rasta party con tutti i cliché da bravi filo-giamaicani,
inclusi i fragranti fumi di marijuana che intasano i locali adiacenti...).
Nonostante l'attesa inizi a farsi sentire in maniera pesante: con centinaia
di persone venute da mezza Europa (Germania, Svezia, Belgio, Svizzera,
Danimarca e noi, dall'Italia), tutti in piedi, per ore, sotto una pioggia
che viene e che va...
Un funzionario della Digos
locale riprende con una telecamera i presenti, alcuni gotici visto l'obiettivo
salutano con sorriso a trentadue denti mentre altri ragazzi si avvicinano
ai furgoni per scambiare quattro parole con i poliziotti o fumare una sigaretta
in compagnia. Dall'altro della scala metallica Douglas osserva la piazza
del parcheggio colma di fan mentre le pioggia e le tenebre iniziano
a farla da padrona. Ci passano accanto diversi ragazzi degli stand che
entrano nel locale (sempre chiuso al pubblico) con scatoloni pieni zeppi
di vinili e chicche varie, io intanto il mio obiettivo l'ho già
individuato: una copia del cofanetto prodotto dalla Loki “Saturn Gnosis”.
“Non appena aprono le porte, mi becco la mia copia e mi precipito in prima
fila per il concerto...”, almeno questo è quello che penso tra me
e me. Peccato che quelle porte non si apriranno con tanta facilità.
La gente continua ad arrivare,
le facce si moltiplicano e così i mormorii, eppure nulla sembra
muoversi dall'alto delle famigerate scale d'acciaio. I poliziotti continuano
a salire e scendere senza sosta, una graziosa fanciulla in uniforme della
Tesco (con sciccoso bomber nero sul quale è stato impresso “Genocide
Organ”) chiede ad una amica arrivata prima di lei cosa si è persa,
quando ad un tratto la gente inizia ad applaudire ed a muoversi: sta succedendo
qualcosa. D'istinto mi muovo verso la scala, ma ben presto mi accorgo che
(quasi)tutti fanno esattamente il contrario! Si allontanano verso il centro
del parcheggio per vedere meglio l'entrata del locale, in cima alle scale.
Douglas è ricomparso,
chitarra in pugno e subito iniziano a spandersi tutto attorno le note di
“Hullo Angel”. E' ormai quasi buio, centinaia di teste alzate verso la
sagoma ombrosa del protagonista della serata. Alla fine della ballata esplodono
gli applausi e il morale si ricarica velocemente. E' lo stesso Douglas
a chiedere al pubblico se ci sono richieste particolari ed ecco che un
ragazzo accanto a me esordisce con un “Unconditional armistice” a tutta
voce (magari!) seguito a ruota da un altra voce (“Fall apart”, e ti pareva!)
mentre il resto del pubblico inizia a trovare la cosa così divertente
da farla passare per una grottesca sagra di paese. Alla richiesta
“Come on stage!” segue il quasi divertito “Not tonight!” di un Pearce che
accompagnerà la fredda notte estiva dei presenti con cinque brani
forzatamente acustici ma sinceramente rigeneranti visto lo stress, sia
fisico che mentale, che buona parte dei presenti ha assorbito a causa delle
snervanti ore di attesa. E allora titoli quali “Fields of Rape”, “She said
destroy” oppure “Kameradschaft” acquisiscono nuovo lucente valore, mentre
mancano solo gli applausi della polizia, comunque piuttosto rilassata,
con gli agenti appoggiati alle fiancate dei furgoni e i nasi all'insù
nell'assistere a quello che verrà ben presto ribattezzato il “Treppen
Festival” di Kassel. Ancora non mi rendo conto che l'evento è stato
praticamente annullato, l'arrivo di Ostara (Timothy alla chitarra ed un
Richard ispiratissimo alla voce) sul “palco” per dar vita a tre marmoree
ballate del loro repertorio resterà per il sottoscritto il momento
più convincente e memorabile di tutta la serata. Luminosi, forti
e coinvolgenti oltre ogni previsione, Leviathan “spacca”, e lo fa con la
semplicità di una voce che sa imporsi, accompagnata da una valente
chitarra ed il semplice tamburellare delle mani sulla ringhiera durante
l'esecuzione (più tardi non mancheranno alcune esilaranti battute
al riguardo, tipo: “in Germania è vietato l'uso dei tamburi... per
fortuna non esiste ancora una normativa che impedisca di battere un passamano!”).
Non posso non incavolarmi
(almeno a livello di espressione facciale!) durante l'esecuzione di “Operation
Valkrie”, disturbata dalle risate gutturali di un gruppetto di cretini
velocemente freddati dal presente coadiuvato da tutti gli altri ragazzi
presenti nelle vicinanze. Mi dispiace soprattutto notare quanto i suddetti
idioti sfoggino divise complete stile “nipotino di Douglas in visita dall'Ostenbraun”
che molto probabilmente conservano nell'armadio su in soffitta, e che tirano
fuori al momento giusto solo per far vedere agli amichetti quanto stanno
da fighi con il baschetto grigio, il totenkopf, la tuta mimetica e tutto
il campionario di rune e decorazioni da salvatore della patria (...). Chissà
se il ragazzino verso il quale ho poggiato lo sguardo ha ricevuto il mio
messaggio telepatico in cui gli consigliavo di ficcarsi quella mantella
della Wehrmacht su per il ****.
Arrivano anche (a chiusura
del tutto) i Kirlian Camera, accompagnati al tamburo (lo riconosco dal
tricolore francese che cinge lo strumento) da Les Joyaux de la Princesse.
Adesso si è fatto veramente buio. Impossibile, dal piazzale, vedere
il gruppo ed è la musica a guidare i presenti mentre la voce di
Emilia è troppo distante, lontana ed in qualche maniera travolta
dal martellante tamburo dell'amico francese. Sembra una scena
da film; ecco che, durante i tre brani acustici portati in scena dai KC
alle nostre spalle iniziano ad esplodere tutta una serie di fuochi d'artificio
che vanno ad illuminare la notte ed tamponare i pochi silenzi residui con
il loro monotono botto. Non farò in tempo ad immortalarli, la scena
è davvero strana; un piacevole diversivo mentre la pioggia continua
ad altalenarsi tra colpi di flash, applausi e le tenebre perenni. E' finito.
Tutto.
Gli amici se ne vanno...:
E' finita. La notizia ufficiale dell'annullamento del festival lascia l'amaro
in bocca a tutti.
Mentre
una metà del pubblico si allontana sconsolata, i rimanenti si accalcano
sulla scala per raggiungere l'unico stand in piedi, subito all'ingresso
del locale. Ed è il caos. Una specie di minuscola saletta che funge
da disimpegno tra il back-stage e la sala concerti straripa di gente, tutti
stipati come sardine che, invano, tentano di dirigersi verso uno dei due
ambienti con più aria (c'è pure Klaus della Tesco!). Nonostante
gli amici della security (un gruppetto di turchi palestrati con i quali
poi, alcuni soldaten scatteranno delle grottesche istantanee) ed una bolgia
infernale, riusciamo a raggiungere illesi la sala ristoro dei gruppi dove
assistiamo a numerose scene di delirio. Perdiamo praticamente subito Angelo
ed Emilia, giusto il tempo per un saluto, Douglas è circondato da
fan su fan, i Forseti non li ho mai visti in fotografia (...), mi sembra
però di aver incrociato Uwe Nolte degli Orplid, veniamo poi ricacciati
“amichevolmente” dalla security nella tremenda stanza di 2 metri per 2
di prima, e poi, il miracolo. Meglio, la piccola scintilla che riaccende
la serata: la sala concerti si anima, mentre diversi addetti iniziano
a smantellare le attrezzature, un imponente tamburo accompagnato da fanfara
militare travolge con la sua marcia tutto il locale. Les Joyaux de la Princesse
ha preso posto sul palco, accompagnato da un vecchio 78 giri scuote violentemente
il suo tamburo militare davanti ad un pubblico inesistente.
Solo un paio di “furbi”
sono riusciti ad entrare nella sala, mentre noi veniamo blindati da un
enorme omone che ci sbarra l'ingresso, il quale poi inizia a ridere sbraitando
parole tipo: “Soldaten! Kameraden! Soldaten!...”. La mia visuale del palco
è coperta dall'omone in questione, senza contare alle sue spalle
un pilastro che copre quasi perfettamente tutto il resto. Eppure, lo intravedo:
le braccia che ritmicamente si levano sopra il tamburo, la musica marziale
e travolgente, le immagini che mi scorrono nella mente. Pochi minuti di
imponente ordine monumentale, portato in campo da quella creatura industriale
in grado di devastarti ben oltre un semplice immaginario “estetico”.
Sembrerà esagerato,
ridondante ma, quella semplice manciata di minuti mi ha fatto capire quanto
fosse importante essere lì, in quel momento. Una scintilla di miracolo.
Davvero.
Più tardi il mio
primo grande incontro con il padre/padrone di LJDLP si dimostrerà
estremamente cordiale e alla mano, un sorridente ometto francese e neo-consorte
(si sono sposati da neanche un mese) gentilissimi e molto simpatici nonostante
il classico caos da dopo concerto. Poi, tirando fuori dalle tasche della
sua divisa una gigantesca decorazione originale della Prima Guerra Mondiale,
il papà di LJDLP mi spiegherà come avrebbe dovuto svolgersi
la sua performance sul palco: con numerosi pezzi inediti coadiuvato dai
Regard Extreme, il tutto incentrato sul primo conflitto mondiale,
con marce militari dell'epoca, fumi ed un video colmo di trincee, maschere
antigas e suggestioni di cordoglio/orgoglio/memoria.
Gentile e un po' buffo con
quel suo sguardo tondo e sorridente il leader di LJDLP mi sorprende e mi
entusiasma allo stesso tempo. Non possiamo permetterci di parlare più
di tanto; l'ora è tarda, la ressa è sempre presente, insomma,
tempo di congedarci mentre mi brucia tremendamente il non aver potuto assistere
ad un live, il suo, che certamente avrebbe lasciato un solco deciso e profondo
nelle nostre memorie. Qualcosa di unico.
Tornati al parcheggio per
un soffio incrocio Richard e Timothy di Ostara. E qui la serata si chiude
in gran bellezza, perché dal nulla (tipo: “ciao, complimenti!”...)
scaturisce una divertente chiaccherata con un Richard entusiasta, ricco
di parole e voglia di scambiare impressioni, idee, punti di vista su tutto.
Si parla di musica, di concerti, dei prossimi progetti, ma anche di come
si vive a Londra, di power-electronics, di quanto è bella Kassel,
e di... telenovela italiane! Non so se avete presente “Vivere” :)
Mentre ci allontaniamo dal
parcheggio resosi deserto se non per le decine e decine di bottiglie vuote
lasciate sull'asfalto, anche le ultime unità della polizia locale
(sgommando sui vuoti a rendere della Tuborg) lasciano il campo al silenzio
della notte. Tutto in regola, nessun incidente, nessuna “provocazione”,
solo tanta amara delusione. Finiremo col dividere un taxi assieme a Mr.
Wolf e amico al seguito (due personaggi alquanto particolari, entrambi
conosciuti alla fermata dell'autobus...) mentre la pioggia ricomincia a
picchiare il nero asfalto rischiarato dai lampioni.
Solo al mio ritorno dalle
ferie scoprirò che un esiguo gruppi di fanatici, quella stessa notte,
avendo seguito i gruppi fino all'Etap hotel avranno potuto assistere ad
un mini-concerto (abusivo?) davanti all'albergo in questione con un bel
Douglas P. accompagnato da Andreas Ritter di Forseti alla fisarmonica e
da Les Joyaux de la Princesse alle percussioni. Non saprei se ridere o
piangere, davvero.
Ma questa, è
un'altra storia.