Death in June + Non + Wolfpact
(Vicenza 24.04.2002)



E allora?: Appunto, dopo il concerto di Der Blutharsch che ha preso vita l’anno scorso nei pressi di Vicenza le voci di corridoio che davano per certo un mini-festival che avrebbe nuovamente toccato le terre del Nord-Est si erano fatte sempre più vive e pressanti, settimana dopo settimana. Se è vero poi che l’annuncio di un tour italiano della NER brigade non ha avuto chissà quale effetto sorpresa, è anche vero che c’è stata una certa perplessità in più di una persona nello scoprire l’esistenza di ben quattro date (di cui tre concentrate nel centro/nord). Erano un sacco di anni che non accadeva nulla simile: Milano, Prato, Roma e Vicenza, facile quindi ipotizzare un’affluenza di pubblico piuttosto diluita vista l’ampia scelta di date verso cui orientarsi. Pessimismo, lucido scetticismo oppure semplice malafede verso le reali potenzialità in grado di manifestarsi in occasione di simili eventi da parte di Douglas P. & soci?
Prenotazione alla mano prepariamo i bagagli per raggiungere l’ultima tappa del tour italiano dei Death in June & Non (con annessi frammenti di Wolf Pact).

Wolf Pact, questo sconosciuto: Negli ultimi mesi non ho avuto modo/tempo di dedicare una recensione al lavoro di collaborazione tra Douglas P., Boyd Rice e Albin Julius, alla stessa maniera non ho idea del grado di successo e notorietà raggiunto dal disco in questo suo primo periodo di rodaggio, certo però mi ha sorpreso non poco sentirmi dire da un sacco di gente frasi del tipo: “Ma chi sono ‘sti Wolf Pact? Ho sentito che suoneranno con i Death in June, no?”, “C’è un gruppo… Wolf… qualcosa… che farà da spalla a Douglas, vero?!” e così via. In realtà è anche vero che (almeno per la data vicentina) il repertorio legato a questo progetto a sei mani risulterà piuttosto marginale e non mi meraviglia certo l’idea di sentire, tra un po’ di tempo, la voce di qualche personaggio del pubblico che commenta la serata dicendo: “Wolf Pact? Si vede che hanno avuto dei problemi visto che sul palco non si sono fatti vedere. Magari hanno litigato con Douglas…”. Esagerazione? Mica tanto.
 
Tre ore di macchina ed eccoci qua: Tanto è sempre Vicenza, ci siamo già stati pochi mesi prima per Der Blutharsch, cambierà pure il locale, ma i chilometri sono più o meno gli stessi. Partiamo con due macchine ben convinti di arrivare a destinazione entro i tempi stabiliti, e invece no. Un po’ di code, un po’ di deviazioni, un po’ di fraintendimenti vari con la piantina ed ecco come, a notte inoltrata, parcheggiamo all’interno di uno spiazzo in aperta campagna a circa trecento metri dalla nostra meta. E’ tardi, mostruosamente tardi, appena metto piede sull’erba mi rendo conto di come il concerto sia già cominciato, eccome! La terra trema, si percepisce distintamente l’onda anomala scatenata da “Total war”, brano che di norma va a chiudere lo show di Boyd Rice. Mentre mi maledico per tutta una buona serie di motivi inizio a correre verso il capannone industriale che ospita la serata. Qualche istante ed ecco stagliarsi la sagoma dell’enorme prefabbricato i cui vetri stanno pulsando come arterie in crisi cardiaca. C’è gente che è ancora fuori in fila per il biglietto e noi, velocemente, ci accodiamo. Il volume e potente come in poche altre occasioni, la sala è enorme e ben attrezzata: chiacchierando con Aldo (che sorpresa!) mentre attendo il mio turno alla cassa scopro con mio sommo sollievo come in realtà Boyd Rice sia appena salito sul palco. Serata salvata in corner. Vediamo di godere di tutto quello che ha da offrirci.

Molti nemici…: Ormai è diventato il tormentone per tutte le stagioni: lo sfoggia Albin Julius sulla t-shirt per le vacanze (senza contare l’ingresso del suo sito ed il ritornello del suo ultimo disco), lo utilizza anche Douglas P. come se ci fosse ancora bisogno di ribadire quanto sono bastardi quelli della World Serpent ed ora, magicamente, lo troviamo anche sulla bocca di Boyd Rice mentre lo declama su basi di industrial bombastico per la gioia di ogni fan integralista della scena. L’assalto sonoro non risparmia nessuno, e mentre qualcuno cerca conforto per mano di un paio di tappi per le orecchie mi ritrovo ad assistere alle solite scenette ritraenti fragili ragazzine che si mettono le mani sulla testa nell’attesa che i Death in June salgano sul palco. Per quanto riguarda Herr Rice non c’è molto da aggiungere: spettacolo a cinque stelle con presenza sul palco da 10 e lode, misceliamo il tutto con un livello di simpatia che, a mio giudizio, ben pochi altri riescono a permettersi ed ecco il quadro fedele della sua performance vicentina.
Un gentile e sentito inchino a questa icona vivente del terrorismo industriale, in fondo Boyd Rice è come un papà per tutti gli intenditori del rumore fatto vinile; ha iniziato quando non c’era praticamente nessuno e adesso, con centinaia di emuli in circolazione, continua a portare avanti quel suo inconfondibile industrial da bombardamento a tappeto mantenendosi a dovuta distanza e distacco da tutti quei figliastri e nipotini più o meno validi e più o meno valenti che affollano i mail-order e gli scaffali dei nostri negozi di fiducia.
In attesa di “Children of the black sun” non ci resta altro se non augurare a mr. Intolerance cento di questi giorni (…e nemici?).
Gli spezzoni di Wolf Pact che si susseguono durante la serata non avranno altrettanta fortuna: troppi problemi tecnici e noie collaterali. Manca pure la mano di Albin, insomma come ho già scritto, molti saranno tornati a casa con un’idea piuttosto confusa al riguardo. Peccato.

Where is Bin Laden?: Passeranno una ventina di minuti prima di vedere Douglas salire sul palco, nel frattempo ho la possibilità di intrattenermi con un po’ di amici giunti da tutto il nord Italia per assistere alla serata. Con mia sorpresa scopro come in realtà, nonostante una precedente data milanese (risalente a solo un paio di giorni prima) molti abbiano scelto volontariamente di vedere entrambi i concerti che hanno interessato la nostra zona. A Milano la serata è cominciata molto prima e sostanzialmente qualche variazione sul tema c’è stata, comunque sia, almeno qui a Vicenza non sembrano esserci gli sciroccati che ballano sulle note di “Rose clouds of holocaust” (…). Dopo un lungo loop di “Heilige tod” ecco l’arrivo on stage della Morte in Giugno: sventola la bandiera con il totenkopf e le rune si incarnano nella figura mimetica di un Douglas P. che accoglie i presenti con la devastante processione di “Till the living flesh is burned”.
Repertorio un po’ atipico per la verità, dove accanto agli immancabili cavalli di battaglia (“Heaven street”, “Falla apart”, “Death of the west”…) trovano spazio diverse sorprese assieme a qualche rimaneggiamento davvero inaspettato. Un concerto che sembra aver risentito dell’11 settembre in maniera piuttosto evidente: ascoltiamo una “C’est un rêve” dove Klaus Barbie finisce per lasciare il posto a Bin Laden, sorprende non di meno una “(S)he said destroy” (“in a black New York…” ve la ricordate?) che personalmente non ricordavo in un live dai tempi del primo tour italiano del lontano aprile targato 1985. Con “Death of the west” non mancano i riferimenti in tema ed ecco che, accanto alle solite scimmie da zoo, adesso “…abbiamo pure i talebani”. Qualche piccola dedica all’Italia (il vino cambia marca in “Runes and men”, lo stesso dicasi per le strane giornate di “The enemy within”), e poi, tanta buona musica. Ciò che mi dispiace invece è la scarsa line-up messa in piedi per il tour: John Murphy alle percussioni e Douglas P. alla voce/chitarra più qualche supporto di campioni il più delle volte a base di loop e pre-registrazioni che in diversi casi non riescono a dare quella marcia in più in sede live. Brani sullo stile di “Smashed to bits – in the peace of the night” perdono tutto il loro mordente orchestrale, mentre diverse altre canzoni si ritrovano un po’ ingabbiate in una sorta di scatola acustico/marziale priva di un qualsiasi sfogo tipico di quei concerti dove abbiamo visto i Death in June portati in trionfo dalla presenza di tre, quattro, se non addirittura cinque elementi. Qualche problema (fortunatamente superato) con l’addetto del suono, un brano in più rispetto alla data milanese (“Giddy giddy carousel”, se non sbaglio) e la saltuaria apparizione on stage di Boyd Rice come “addetto agli intro” per i brani acustici dell’ultimo “All pigs must die”. In attesa dell’ennesimo bis ecco però che lo spettacolo si movimenta (nel modo peggiore) con l’entrata in scena di un personaggio/mina vagante che va a surriscaldare la serata.

“Facciamo sentire che siamo a Vicenza!”: L’omino buffo che prende posizione sul palco ci regala una manciata di minuti da delirio stile ultras di serie C2 con incitamenti da stadio che però ben poco sortiscono davanti un pubblico che resta attonito e sostanzialmente distaccato (e ti credo). Scenetta triste ed oltremodo fuori luogo (i “comizi” si fanno alle sagre di partito quindi, pedalare!) che un po’ avvelena il clima già reso fastidioso da un gruppetto di pirla che, a quanto pare, ha pagato il biglietto solamente per il gusto di insultare Boyd Rice ad ogni suo intervento sul palco (ma tanto il volume e così alto da sommergerli come l’alta marea). L’ultimo brano ci regala una portentosa “People” con annesso finale da brivido. Il lancio di un bicchiere di plastica (mi dicono da parte di una ragazzina indignata…) verso il piccolo Boyd sortisce un effetto pari a zero mentre le ultime parole pronunciate sul palco da Herr Rice esplodono dal microfono scuotendo il capannone al pari di una cannonata. Amen.

“Merchandising” & C.: Il calendario messo alle stampe per l’occasione (13 mesi, da giugno 2002 a giungo 2003) è, a mio parere, molto sciccoso. Le foto sono di ottima qualità ed alcuni scatti sono davvero impedibili, mentre non posso certo dire lo stesso per il piatto in ceramica bianca che fa “bella” mostra di sé sul banchetto ufficiale del gruppo: piuttosto bruttino, un coccio che ha ben poco da offrire a livello di estetica, tanto meno in fatto di utilità (con quello che costa poi…). Il calice in cristallo prodotto nel ’99 era tutt'altra cosa, qua invece, a guardare il piatto mi vengono i brividi al solo flebile pensiero di qualche altro gadget di prossima realizzazione (set di tovaglie? posate runiche? merendina con trischele?!).
Consumiamo l’ultima mezz’ora che ci resta a zonzo nel back-stage: tante parole, una bicchierata e la delirante performance di un nostro amico che tenta di convincere Boyd Rice di essere un famoso attore porno della scena locale (ehm…).
Adunata davanti all’ingresso del locale e poi, dopo gli ultimi saluti, tutti a casa. L’alba che si riflette sull’autostrada accompagna con discrezione il monotono brusio dei nostri veicoli. Anche questa volta è proprio finita.
Sogni d’oro, Vicenza.

(M. Rot)

Un sentito ringraziamento a Sir Osvald del Lago ed i ragazzi di Runes and Men per averci concesso l'utilizzo del loro materiale fotografico.
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