
E allora?:
Appunto,
dopo il concerto di Der Blutharsch che ha preso vita l’anno scorso nei
pressi di Vicenza le voci di corridoio che davano per certo un
mini-festival
che avrebbe nuovamente toccato le terre del Nord-Est si erano fatte
sempre
più vive e pressanti, settimana dopo settimana. Se è vero
poi che l’annuncio di un tour italiano della NER brigade non ha
avuto chissà quale effetto sorpresa, è anche vero che
c’è
stata una certa perplessità in più di una persona nello
scoprire
l’esistenza di ben quattro date (di cui tre concentrate nel
centro/nord).
Erano un sacco di anni che non accadeva nulla simile: Milano, Prato,
Roma
e Vicenza, facile quindi ipotizzare un’affluenza di pubblico piuttosto
diluita vista l’ampia scelta di date verso cui orientarsi. Pessimismo,
lucido scetticismo oppure semplice malafede verso le reali
potenzialità
in grado di manifestarsi in occasione di simili eventi da parte di
Douglas
P. & soci?
Prenotazione alla mano
prepariamo
i bagagli per raggiungere l’ultima tappa del tour italiano dei Death in
June & Non (con annessi frammenti di Wolf Pact).
Wolf Pact, questo
sconosciuto:
Negli ultimi mesi non ho avuto modo/tempo di dedicare una recensione al
lavoro di collaborazione tra Douglas P., Boyd Rice e Albin Julius, alla
stessa maniera non ho idea del grado di successo e notorietà
raggiunto
dal disco in questo suo primo periodo di rodaggio, certo però mi
ha sorpreso non poco sentirmi dire da un sacco di gente frasi del tipo:
“Ma chi sono ‘sti Wolf Pact? Ho sentito che suoneranno con i Death in
June,
no?”, “C’è un gruppo… Wolf… qualcosa… che farà da spalla
a Douglas, vero?!” e così via. In realtà è anche
vero
che (almeno per la data vicentina) il repertorio legato a questo
progetto
a sei mani risulterà piuttosto marginale e non mi meraviglia
certo
l’idea di sentire, tra un po’ di tempo, la voce di qualche personaggio
del pubblico che commenta la serata dicendo: “Wolf Pact? Si vede che
hanno
avuto dei problemi visto che sul palco non si sono fatti vedere. Magari
hanno litigato con Douglas…”. Esagerazione? Mica tanto.
Tre ore di macchina ed
eccoci qua: Tanto è sempre Vicenza, ci siamo già
stati
pochi mesi prima per Der Blutharsch, cambierà pure il locale, ma
i chilometri sono più o meno gli stessi. Partiamo con due
macchine
ben convinti di arrivare a destinazione entro i tempi stabiliti, e
invece
no. Un po’ di code, un po’ di deviazioni, un po’ di fraintendimenti
vari
con la piantina ed ecco come, a notte inoltrata, parcheggiamo
all’interno
di uno spiazzo in aperta campagna a circa trecento metri dalla nostra
meta.
E’ tardi, mostruosamente tardi, appena metto piede sull’erba mi rendo
conto
di come il concerto sia già cominciato, eccome! La terra trema,
si percepisce distintamente l’onda anomala scatenata da “Total war”,
brano
che di norma va a chiudere lo show di Boyd Rice. Mentre mi maledico per
tutta una buona serie di motivi inizio a correre verso il capannone
industriale
che ospita la serata. Qualche istante ed ecco stagliarsi la sagoma
dell’enorme
prefabbricato i cui vetri stanno pulsando come arterie in crisi
cardiaca.
C’è gente che è ancora fuori in fila per il biglietto e
noi,
velocemente, ci accodiamo. Il volume e potente come in poche altre
occasioni,
la sala è enorme e ben attrezzata: chiacchierando con Aldo (che
sorpresa!) mentre attendo il mio turno alla cassa scopro con mio sommo
sollievo come in realtà Boyd Rice sia appena salito sul palco.
Serata
salvata in corner. Vediamo di godere di tutto quello che ha da offrirci.
Molti nemici…:
Ormai
è diventato il tormentone per tutte le stagioni: lo sfoggia
Albin
Julius sulla t-shirt per le vacanze (senza contare l’ingresso del suo
sito
ed il ritornello del suo ultimo disco), lo utilizza anche Douglas P.
come
se ci fosse ancora bisogno di ribadire quanto sono bastardi quelli
della
World Serpent ed ora, magicamente, lo troviamo anche sulla bocca di
Boyd
Rice mentre lo declama su basi di industrial bombastico per la gioia di
ogni fan integralista della scena. L’assalto sonoro non risparmia
nessuno,
e mentre qualcuno cerca conforto per mano di un paio di tappi per le
orecchie
mi ritrovo ad assistere alle solite scenette ritraenti fragili
ragazzine
che si mettono le mani sulla testa nell’attesa che i Death in June
salgano
sul palco. Per quanto riguarda Herr Rice non c’è molto da
aggiungere:
spettacolo a cinque stelle con presenza sul palco da 10 e lode,
misceliamo
il tutto con un livello di simpatia che, a mio giudizio, ben pochi
altri
riescono a permettersi ed ecco il quadro fedele della sua performance
vicentina.
Un gentile e sentito
inchino
a questa icona vivente del terrorismo industriale, in fondo Boyd Rice
è
come un papà per tutti gli intenditori del rumore fatto vinile;
ha iniziato quando non c’era praticamente nessuno e adesso, con
centinaia
di emuli in circolazione, continua a portare avanti quel suo
inconfondibile
industrial da bombardamento a tappeto mantenendosi a dovuta distanza e
distacco da tutti quei figliastri e nipotini più o meno validi e
più o meno valenti che affollano i mail-order e gli scaffali dei
nostri negozi di fiducia.
In attesa di “Children of
the black sun” non ci resta altro se non augurare a mr. Intolerance
cento
di questi giorni (…e nemici?).
Gli spezzoni di Wolf Pact
che si susseguono durante la serata non avranno altrettanta fortuna:
troppi
problemi tecnici e noie collaterali. Manca pure la mano di Albin,
insomma
come ho già scritto, molti saranno tornati a casa con un’idea
piuttosto
confusa al riguardo. Peccato.
Where
is Bin Laden?: Passeranno una ventina di minuti prima di vedere
Douglas
salire sul palco, nel frattempo ho la possibilità di
intrattenermi
con un po’ di amici giunti da tutto il nord Italia per assistere alla
serata.
Con mia sorpresa scopro come in realtà, nonostante una
precedente
data milanese (risalente a solo un paio di giorni prima) molti abbiano
scelto volontariamente di vedere entrambi i concerti che hanno
interessato
la nostra zona. A Milano la serata è cominciata molto prima e
sostanzialmente
qualche variazione sul tema c’è stata, comunque sia, almeno qui
a Vicenza non sembrano esserci gli sciroccati che ballano sulle note di
“Rose clouds of holocaust” (…). Dopo un lungo loop di “Heilige tod”
ecco
l’arrivo on stage della Morte in Giugno: sventola la bandiera con il
totenkopf
e le rune si incarnano nella figura mimetica di un Douglas P. che
accoglie
i presenti con la devastante processione di “Till the living flesh is
burned”.
Repertorio un po’ atipico
per la verità, dove accanto agli immancabili cavalli di
battaglia
(“Heaven street”, “Falla apart”, “Death of the west”…) trovano spazio
diverse
sorprese assieme a qualche rimaneggiamento davvero inaspettato. Un
concerto
che sembra aver risentito dell’11 settembre in maniera piuttosto
evidente:
ascoltiamo una “C’est un rêve” dove Klaus Barbie finisce per
lasciare
il posto a Bin Laden, sorprende non di meno una “(S)he said destroy”
(“in
a black New York…” ve la ricordate?) che personalmente non ricordavo in
un live dai tempi del primo tour italiano del lontano aprile targato
1985.
Con “Death of the west” non mancano i riferimenti in tema ed ecco che,
accanto alle solite scimmie da zoo, adesso “…abbiamo pure i talebani”.
Qualche piccola dedica all’Italia (il vino cambia marca in “Runes and
men”,
lo stesso dicasi per le strane giornate di “The enemy within”),
e poi, tanta buona musica. Ciò che mi dispiace invece è
la
scarsa line-up messa in piedi per il tour: John Murphy alle percussioni
e Douglas P. alla voce/chitarra più qualche supporto di campioni
il più delle volte a base di loop e pre-registrazioni che in
diversi
casi non riescono a dare quella marcia in più in sede live.
Brani
sullo stile di “Smashed to bits – in the peace of the night” perdono
tutto
il loro mordente orchestrale, mentre diverse altre canzoni si ritrovano
un po’ ingabbiate in una sorta di scatola acustico/marziale priva di un
qualsiasi sfogo tipico di quei concerti dove abbiamo visto i Death in
June
portati in trionfo dalla presenza di tre, quattro, se non addirittura
cinque
elementi. Qualche problema (fortunatamente superato) con l’addetto del
suono, un brano in più rispetto alla data milanese (“Giddy giddy
carousel”, se non sbaglio) e la saltuaria apparizione on stage di Boyd
Rice come “addetto agli intro” per i brani acustici dell’ultimo “All
pigs
must die”. In attesa dell’ennesimo bis ecco però che lo
spettacolo
si movimenta (nel modo peggiore) con l’entrata in scena di un
personaggio/mina
vagante che va a surriscaldare la serata.
“Facciamo sentire che siamo a Vicenza!”: L’omino buffo che prende posizione sul palco ci regala una manciata di minuti da delirio stile ultras di serie C2 con incitamenti da stadio che però ben poco sortiscono davanti un pubblico che resta attonito e sostanzialmente distaccato (e ti credo). Scenetta triste ed oltremodo fuori luogo (i “comizi” si fanno alle sagre di partito quindi, pedalare!) che un po’ avvelena il clima già reso fastidioso da un gruppetto di pirla che, a quanto pare, ha pagato il biglietto solamente per il gusto di insultare Boyd Rice ad ogni suo intervento sul palco (ma tanto il volume e così alto da sommergerli come l’alta marea). L’ultimo brano ci regala una portentosa “People” con annesso finale da brivido. Il lancio di un bicchiere di plastica (mi dicono da parte di una ragazzina indignata…) verso il piccolo Boyd sortisce un effetto pari a zero mentre le ultime parole pronunciate sul palco da Herr Rice esplodono dal microfono scuotendo il capannone al pari di una cannonata. Amen.
“Merchandising”
& C.: Il calendario messo alle stampe per l’occasione (13 mesi,
da giugno 2002 a giungo 2003) è, a mio parere, molto sciccoso.
Le
foto sono di ottima qualità ed alcuni scatti sono davvero
impedibili,
mentre non posso certo dire lo stesso per il piatto in ceramica bianca
che fa “bella” mostra di sé sul banchetto ufficiale del gruppo:
piuttosto bruttino, un coccio che ha ben poco da offrire a livello di
estetica,
tanto meno in fatto di utilità (con quello che costa poi…). Il
calice
in cristallo prodotto nel ’99 era tutt'altra cosa, qua invece, a
guardare
il piatto mi vengono i brividi al solo flebile pensiero di qualche
altro
gadget di prossima realizzazione (set di tovaglie? posate runiche?
merendina
con trischele?!).
Consumiamo l’ultima
mezz’ora
che ci resta a zonzo nel back-stage: tante parole, una bicchierata e la
delirante performance di un nostro amico che tenta di convincere Boyd
Rice
di essere un famoso attore porno della scena locale (ehm…).
Adunata davanti
all’ingresso
del locale e poi, dopo gli ultimi saluti, tutti a casa. L’alba che si
riflette
sull’autostrada accompagna con discrezione il monotono brusio dei
nostri
veicoli. Anche questa volta è proprio finita.
Sogni d’oro, Vicenza.
Un sentito
ringraziamento
a Sir Osvald del Lago ed i ragazzi di Runes and Men per averci concesso
l'utilizzo del loro materiale fotografico.
back